IM, the blog! / La concordia perduta

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Solo qualche mese fa imperversavano le commemorazioni per il centenario dell’affondamento del Titanic con le sue manifestazioni talvolta solenni, in altri frangenti curiose a voler esser magnanimi; consentiteci invece a distanza di un mese-luce internet una ricostruzione un po’ in 3D dell’avvenimento e dei suoi significati (il biglietto non si paga, vista la crisi).

E’ opinione condivisa che la risonanza nel tempo del disastro della nave inglese costruita in Irlanda sia dovuta a qualcosa di più della tragedia umana occorsa, grande quanto si vuole ma pur sempre contingente: insieme al gigante d’acciaio massima espressione della tecnologia del tempo e ai suoi passeggeri erano andati a picco infatti anche gli ultimi strascichi del positivismo ottocentesco che riponeva fiducia illimitata nel fatto che la scienza e il progresso riscattassero l’uomo contro la natura matrigna; di lì a poco sarebbe finito tragicamente quel periodo della storia europea chiamato belle époque che, semmai realmente esistito in senso letterale, aveva visto un indubbio miglioramento delle condizioni materiali grazie allo sviluppo tecnologico e agli scambi economici, il tutto permeato da un ottimismo di fondo che prometteva una storia tutta in discesa e pace per decenni; del resto si dice che dove passano le merci non passi la guerra…

Ma le dinamiche della produzione materiale sono ancora più complesse di uno schema di Sacchi, e in questo sistema di mercato mancava l’amalgama: la ricchezza prodotta dipendenva in parte da materie prime coloniche a basso prezzo provenienti dai territori d’oltre mare, e la crescita industriale tedesca soffriva il deficit in tema di colonie verso Francia e Gran Bretagna; le merci si possono comprare, l’amalgama, come è noto in ambito calcistico, un po’ meno. La Grande Guerra dirimette la contesa.

Si sa che la tragedia si ripete in farsa, e quando la farsa si fa tragedia i nostri eroi entrano in azione. A distanza di cento anni una nave italiana democraticamente lussuosa affonda, ma solo in parte, con le modalità che conosciamo. Il nome di quella nave è Concordia, o per meglio dire era, visto che già a poche settimane dal naufragio la compagnia armatrice fatti due conti prende atto che non vale la pena rimetterla in opera: la Concordia è perduta.

Qualcuno di voi forse sa il perché di quel nome: “Il nome Concordia faceva riferimento all’unità e alla pace fra le nazioni europee. I suoi tredici ponti avevano i nomi di altrettanti stati europei (fonte Wikipedia che usa già l’imperfetto)”, qualcuno direbbe: è un segno!

Nulla di strano, quando fu varata nel 2005 e ancor di più negli anni in cui fu progettata la prospettiva di un’Europa in pace da molti anni e ineluttabilmente destinata a fondersi era l’unica possibile. Tuttavia quell’unione europea non aveva amalgama…

Illustri economisti vi hanno spiegato i meccanismi della crisi economico-finanziaria e dei debiti sovrani dei paesi mediterranei, se avete ancora qualche dubbio però è normale, la maniera migliore per nascondere la verità è infatti dire tutto nei minimi dettagli e con linguaggio tecnico.

Noi che non siamo economisti ma ci anestetizziamo guardando il calcio e nutrendoci dei suoi aneddoti vi proponiamo quindi una storia alternativa e fantasiosa: immaginate che qualche decennio fa sotto spinta delle federazioni tedesca, del centro e nord Europa fossero fatte adottare regole e interpretazioni arbitrali che avessero reso sostanzialmente irregolare la tattica del catenaccio, a quel tempo del resto visto come un atteggiamento furbo e mortifero per il gioco stesso, non a caso prerogativa degli italiani; al tempo stesso si fosse convinta la federazione italiana che non aveva scelta se non aderire entusiasticamente, pena l’esclusione dalle competizioni internazionali. Le nostre squadre di club e la Nazionale si sarebbero adattate ma la scarsa dimestichezza con modelli etero-imposti avrebbe ridotto la competitività rispetto al livello che storicamente ha invece avuto con regole basiche e meno stringenti (tanto per fare un esempio nel 1982 abbiamo battuto la Germania senza segnare con le mani o gambizzare Rummenigge, potendo però difenderci con il libero e il contropiede). Oggi il catenaccio non si usa più nemmeno in Italia e il calcio è ancora uno spettacolo godibile con tattiche uniformi a livello globale.

E’ tempo che qualcuno prenda atto che la concordia europea così com’è è perduta, la smantelli senza inquinare l’ambiente, e si torni a giocare con regole condivise ma ognuno a modo suo, prima che gli ultrà invadano il campo.

[Max Giorgi]

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