IM, the blog! / Alice nel Paese del ‘non si può fare’

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La veste sarà pur leggera, primaverile e irriverente, ma certo l’obiettivo è quello serio di trovare e inventare soluzioni utili, fertili e future. Non per altri, per noi, noi persone che fanno di questo luogo un Paese, potremmo dire con un po’ di retorica. Non si tratta di applicazioni buone una volta per tutte, né di dichiarazioni di ‘autocertificazione’ politica – io son comunista, io sono di destra ecc. Chi ha voglia di certezze didascaliche e di appartenere a qualcosa già ha la sua casa, il suo partito, le sue figure di riferimento.

Qui si vuole, invece, ritrovare la forza e la convinzione nel fare le cose, individuare quelle essenziali e lavorare organizzati (sì, organizzati) per realizzarle. In una parola, si vuole quello che manca. Senza recriminazioni, lamentele e rivendicazioni che – seppur comprensibili (chi non ne ha avanzate?) in una situazione molto difficile come questa – finiscono per sottrarre energia ‘buona’ per ripartire.

Per far ciò, occorre andare oltre la retorica e i luoghi comuni, innanzitutto. Anche duramente. Dunque, cominciamo…

1. Breve storia d’Italia (gli ultimi venti anni).

1992, Tangentopoli. Diagnosticata una malattia decisamente grave della classe politica, con conseguente perdita di molte teste (Craxi, Andreotti, Forlani), si tentò con una cura che si rivelò ben presto fallimentare. Da un lato, il tentativo di rigenerazione delle stesse teste con le seconde linee (Amato, il rimpianto di Andreotti, Casini), dall’altro, la certezza di una facile vittoria politica oramai (PDS aka DS, Ulivo, PD), non permisero l’emergere della generazione in rampa di lancio. Si bloccarono tutte le uscite per le novità e la guarigione. Così, da lì a poco, iniziò la cancrena.

2002, Euro. “Oggi faccio il doppio dei passi per percorrere metà della strada che facevo ieri”. In questa frase, tutto il limite di un invecchiamento indotto. Improvvisamente diminuirono figli, progetti e lavoro. Sulle rovine crebbero rendite.

2011, il Fine Esattore: un Mario necessario? “Il paziente, dopo aver cercato tutte le soluzioni possibili per il lavoro – si è formato regolarmente, ha studiato, ha provato da dipendente, poi da autonomo ecc. – dichiara di non aver consolidato nulla. Inoltre, nota da qualche tempo affaticabilità, insonnia, senso di frustrazione. Rivela, tuttavia, che non è ereditario (padre e madre, senza i suoi titoli, son riusciti a realizzare con molta semplicità il loro progetto di vita). E’ evidentemente affetto da disturbo depressivo”. Ecco, a questo punto, è stato convocato il prete che ha imposto precetti ancor più restrittivi come cura, elettroschock fiscale e ha portato con sé – non si sa mai – anche l’olio santo.

2. Rivoluzione americana?

Cosa dice la vittoria di Obama:

uno, così si reggono le pressioni;

due, così si investe nel futuro in un momento di estrema crisi.

E tutte e due le azioni nello stesso momento. Questo il significato e questo l’esempio di un Paese intero. Auspicabile, da esportare a qualsiasi livello – individuale, politico, aziendale, certo.

Immaginiamo la scena: siamo in mare aperto e nel mezzo di una tempesta economica e finanziaria eccezionale. C’è un uomo al timone (Obama) che – nonostante alcuni rallentamenti, alcune interruzioni e cambi di direzione – è lì che dice “continuo io”. L’equipaggio (l’americano) non impazzisce, non perde la testa, non lo contesta. Anzi, lo lascia fare, gli dà fiducia ancora una volta. Gli riconosce un atteggiamento giusto nell’affrontare il periodo. Come dire, “ci sembra giusto questo modo di interpretare le cose e buono lo spirito per arrivare a destinazione, anche se ora la terraferma pare ancora lontana”.

L’America sembra aver agito secondo lo stesso spirito che portò la giuria del Nobel ad assegnargli il riconoscimento per la Pace nel 2009, cioè incoraggiando un impegno, più che premiare una carriera.

Un’assoluta, inedita rivoluzione sarebbe qui, altro che esempio.

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