IM, the blog! / Lavoro, i quarant’anni ci minacciano.

021

A quarant’anni non hai solo il diritto di lavorare. Hai il dovere di averlo imparato a fare. In un modo o nell’altro. Questo per chiarire subito, oltre ogni alibi. E aver imparato a lavorare significa capire alcune semplici cose:

che l’approccio è tutto (e sovrasta perfino le competenze);

che non si parla e non si teorizza di lavoro (perché è una perdita di tempo soprattutto per te e perché il lavoro si spiega da sé);

che hai finalmente una visione (e cioè, sai comprendere le ‘lingue’ del capo e dell’amministratore delegato, del cameriere e del data entry);

sai organizzare te stesso e gli altri (e cioè, sai rendere visibile e agibile il tuo lavoro);

infine, che ti basta il colpo d’occhio. Fondamentale.

E così, a qualsiasi latitudine.

Ora, se questa premessa taglia subito fuori dal discorso i poeti laureandi[1], poco male. Perché se a vent’anni quello è il tuo ruolo – di poeta laureando ed è anche giusto che sia così – a quaranta se spendi cento citazioni, venti articoli e tre giorni di tavola rotonda per dire che siamo precari e in crisi, se assumi una postura seriosa e indignata per autoproclamarti tribuno, rappresentante di cose e persone che non sai, che non conosci, che non hai mai visto, se lotti come un leone per un 2-3% di aliquota quando la macchina non riparte affatto, due son le cose: o ti conviene o è giusto che tu non capisca.

E sinceramente, qui, quel che interessa, è provare a vederci al di là di ‘quel che è stato’ e di ‘come sarebbe andata se’. Oltre, dunque, le considerazioni sulla generazione ‘saltata’ – quella dei quarantenni, appunto – e dei come e dei perché questo sia potuto accadere. In una parola, se questa è guerra, non si può comunque perdere di vista il dopoguerra e non si può rinviare più la ricostruzione.

Per forza, queste sono e devono essere ormai le cerniere del discorso. E tutto questo per dire che quelle che possono essere le indicazioni di massima di governi che guardino all’Europa e al rigore come alla Terra Promessa non è che spaventino, ma se hanno la forza di abbattere ogni energia destinata alla ripresa e allo sviluppo, in sostanza hanno la capacità di portare ad estreme conseguenze il limite strutturale dell’Italia, come Paese del non si può fare, forse è il caso di cambiare strada.

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[1] Ripresa da Montale e i suoi ‘poeti laureati’, sì, certo. In questo caso: giornalisti che descrivono la realtà con un lessico straordinariamente retorico (“disoccupazione giovanile”, “cresce il numero di famiglie che non arrivano a fine mese”: giovanile, famiglie?); intellettuali che provano a parlar di lavoro spesso ‘lavorando’ da… intellettuali, appunto; ministri ‘di laboratorio’ che dicono pur giustamente “non siate choosy”, avendo fatto, però, carriere da centometristi – pronti, via, correr dritto dentro la propria corsia (privilegiata), traguardo e punto. Tutti, in sostanza, con una consapevolezza della realtà e del lavoro, piuttosto deformata. E deficitaria. Deformata e deficitaria dal punto di osservazione posto in alto o protetto o anche solo narcisistico. Si sarebbe detto ‘borghese’ un tempo. Oggi, semplicemente, un po’ immaturo e un tantino arrogante, fastidioso.

2 comments

  1. Analisi impeccabile, hai messo a fuoco alcuni dei nodi su cui si giocherà il futuro del nostro paese.
    Restano sospese, ma giustamente visto il taglio del post, le valutazioni sul tipo di Europa che si sta delineando e sulle regole meno strombazzate dai media. Questo ennesimo tentativo di costituzione di un’Europa unita, nato con evidenti errori sull’equilibrio monetario (che si ripercuote sull’economia e la finanza), è lontano dall’essere il miglior modello di costituzione di una Unione di Stati, soprattutto se consideriamo che sia il nord america che il sud america (che ha creato un modello basato sulla solidarietà senza trascurare il commercio e le attività economiche e produttive e che appare come il migliore e più moderno) hanno ognuna una lingua condivisa da tutti i cittadini (o quasi), che è già una buona base di partenza per coinvolgere le popolazioni nella creazione e nello sviluppo di un progetto di unione/integrazione, cosa che nel modello Europeo, basato su una vecchia concezione autoritaria, è stata sottovalutata, trascurata o forse (e torno a te sulla “convenienza”) “sfruttata” per fini che di integrazione o unione, non hanno niente.

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    • Vero, ma questo è un frammento di un discorso articolato e in divenire, in tal caso principalmente orientato al problema di una generazione, la mia, italiana, la mia, sempre sventolata pubblicamente come la ‘questione meridionale’ e mai risolta. Non ha ancora pretesa di. Allora, fuori dalla logica che ci vuole vittime che cercano rifugio presso un buon papà (politico), fuori dalla logica di chi ha un rapporto ‘deficitario’ con il lavoro (che rivendica prima di fare o che giudica da posizioni di privilegio), giù, un po’ duri, assumiamoci pure qualche responsabilità in più, troviamoci pronti e procediamo oltre le chiacchiere. Non mi sembra ci sia tempo, del resto.

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