IM, the blog! / Un’evidente presbiopia. Come non saper leggere il presente

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Offende lo sguardo il buco nero della differita. Mi spiego: qui si vuol dire che il tempo inteso come contemporaneità, come urgenza – concetto che dovrebbe essere andato a mente, quantomeno per legittima sopravvivenza – non è affatto interpretato, compreso, risolto in questa chiave. Nemmeno un tentativo, non siamo ‘buoni’.

Non si vede e non si capisce l’’oggi’ e lo si liquida, nel migliore dei casi, con un aggettivo: ‘complesso’. E grazie, verrebbe da dire!

Oppure si procede ‘a strappi’ autonomistici e difensivi. “Restauro castelli medioevali con design contemporaneo… ma non troppo”. Si potrebbe immaginare strillare così un banditore. E dunque, arrivando al nodo, se all’autonomia progressiva della finanza che – è sua natura predatoria, ormai –  tende agguati e determina rotazioni improprie, criminali e pericolose dell’asse sociale, si risponde con l’autonomia della politica che pretende di ‘metter cappello’ su agoni che non le appartengono più, che ha essa stessa smesso e/o su problemi che ha contribuito a creare o a favorire, non ci siamo, non ci siamo proprio.

Di fronte ad un incendio che brucia via via ettari di possibilità (soldi, tempo, capacità, generazioni son possibilità di sviluppo, di crescita, sì), si resta lì a far la conta di chi è rimasto fedele alla linea. Linea spesso ottocentesca, catenacciara, nel migliore dei casi figlia di autunni giustamente ‘caldi’, ma, con la rincorsa attuale, divenuti quantomeno insufficienti e databili a un’era fa.

Ecco, molta sinistra ‘autocertificata’ – PD principalmente, ma anche molta di quella più laterale, politici, ma anche intellettuali e giovani intellettuali, che fa ancor più specie – fa questo. Si pone infinitamente il problema del metodo e della sua correttezza, della sua ortodossia. Non si lavora per risolvere, non si investe, non si osserva nascere questa vita nuova e non la si vuol osservare a tre dimensioni. Breve e medio termine + futuro. Semplice. Il paradosso è che ‘non’ lo si fa tenendo in mano il ‘messale’ (non la lezione, attenzione) della tradizione da Marx in poi, leggendolo come una semplice grammatica (che per qualcuno vale sempre ancor più della pratica, appunto). Sì, d’accordo, il mondo è ‘fatto in classi’ – mettiamola così, con questo tono, per semplicità – ma, oggi, quali sono, come si son trasformate, dove è la frizione, che espressione hanno?

In sostanza, un problema centrale, fondamentale, sul quale davvero si gioca prima di ogni altra cosa il prossimo passo, la sopravvivenza e una possibile rinascita di un Paese – il lavoro – è nuovamente non visto da chi dovrebbe farne un obiettivo, al limite addirittura un vanto, con una visione già datata sul nascere. Un esempio? Quando Monti parlò dell’articolo 18 e del posto fisso, insorsero tutti. Sì, con un effetto davvero straniante – per chi ha vissuto in pieno tutta la stagione del non si può fare, della seconda Repubblica, di una certa sinistra tanto rapida a cambiar nome, quanto lenta a cambiar se stessa – come lo sarebbe stato quello di riaprire il cold case, la brutta vicenda di Cesare e Bruto (!)

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