IM, the blog! / Questione di tempo/i. Forse è lì il problema…

[Intervento sintetico, ‘per uso esterno’, in vista delle elezioni del 24-25 febbraio 2013]

051

Mai come in questo momento l’affermazione son tutti uguali è da prender per buona, verrebbe da dire. Il pop, a volte, quasi sempre, forse sempre, è giusto considerarlo, a prescindere. E il voto utile o votare il meno peggio è, invece, memoria ricorrente. Ad ogni turno elettorale si è sempre instillato questo dubbio ai non convinti, ai potenziali non votanti, a coloro che – fossimo stati in giugno – sarebbero andati al mare. Ma ci sarà sempre un avversario che temiamo più delle nostre proposte e delle nostre qualità! E’ umano, si dirà, certo. Ma è anche l’anima difensivista dell’Italia.  Il problema è superare quest’empasse, questo sistema di gioco.

E arriviamo, dunque, al punto: quale carattere hanno queste elezioni e in quale prospettiva si inscrivono?

La sensazione è quella di una fiction o di una ‘prova generale’. Tanto improvviso fu l’arrivo di Monti – che si insediò con tecnica non convenzionale e ammansì la terribile fiera dei mercati internazionali con la sola presenza (di così tecnico cosa aveva la sua azione?) – tanto curioso il modo in cui ‘si’ è dimissionato e ha, di fatto, aperto la crisi, anticipando il lavoro delle elezioni di appena un mese o due sul previsto. Curioso perché è bastata una chiacchiera del deposto ex Presidente del Consiglio, l’ormai poco temuta – sembrava – maschera di Arcore, e invece… Qualcosa, scusate, non torna. Se conti e credibilità di un Paese dopo vent’anni erano stati messi  in salvo (e sappiamo come), improvvisamente l’ombra di un passante[1] sulla parete, anche fosse un malfattore, come in un film di Murnau, avrebbe rimesso in discussione tutto?

Ecco, solo questo dubbio – che si accompagna bene, in verità, con una legge elettorale scazonte, infelice e lungi dall’essere corretta – può bastare per dire che l’obiettivo auspicabile dovrebbe essere quello del 100% di astensionismo. Senza mezze misure.

Più realisti del re, sappiamo che non sarà così, non si verificherà questa palingenesi e presumibilmente si arriverà a un ‘governo balneare’ in pieno inverno (!) Questa brevità, tuttavia, dovrebbe tranquillizzarci almeno un istante per consentirci di vivere questa nostra nuova infanzia intellettuale e politica in maniera meno condizionata. Per forza, la dobbiamo concepire per forza così questa stagione, altrimenti non se ne esce. Lo spirito dovrebbe essere quello epocale di una nuova nascita, dovrebbe emergere un ‘istinto di dopoguerra’ che abbatta il grande male degli ultimi vent’anni: la progressiva autonomizzazione della politica e la conseguente e grave presbiopia, l’incapacità assoluta di leggere il presente[2]. Giusto, occorre una spiegazione: per ‘istinto di dopoguerra’ si intenda quel senso sempre acceso  nell’individuare e favorire le energie buone anche durante la lotta, il filo d’erba verde dopo l’incendio, al di là dei protocolli ideologici in uso, al di là della dottrina, ormai diffusa e anch’essa ampiamente difensiva, delle regole per le regole[3].

In tal senso, potremmo essere sicuri che sarebbe per prima la sinistra a farsi capocordata, in virtù di un gene progressista che non può essere andato perduto, per definizione. Non si perdono i geni, credo, no? Invece, questa “sinistra ‘autocertificata’ ha scelto: Berlusconi leader (!), l’unico in grado di tenerla insieme. Un ruolo conquistato sul campo, occorre dire, con vent’anni di militanza. Bersani luogotenente per la placca tosco-emiliana, con la funzione di normalizzare ‘da buon papà’ rabbie, ingiustizie e problemi veri. Vendola, però, gli darà una mano in questo. Da bimbo ubbidiente, normalizzerà, anche lui, i bimbi disubbidienti (così come fece già con Renzi alle primarie). E la rivoluzione civile? Come recita il detto: Vedi Ingroia e poi muori[4].

Ecco, una volta stabilita la sostanziale inutilità, la trama farsesca di queste elezioni – stiamo sempre parlando di candidati, partiti, schieramenti che hanno mollato la presa quando dall’alto cadde la scure di Monti sulla Terra e sarebbe bene ricordarselo (vero, con l’eccezione dello stesso Monti e Grillo, che comunque hanno, grazie a Dio, altri limiti) – non bisogna perdere di vista, appunto, questa nostra nuova infanzia politica. E’ una questione seria, importante che si gioca tra un concetto fondante, universale direi, per la ripresa e per lo sviluppo, e una variabile. Come fosse una formula buona per la fisica e per il futuro: lavoro*tempo. Anche qui, dire il primo senza parlare del secondo, significherebbe scrivere la solita “sceneggiatura seriale, la solita ‘questione meridionale’”[5] sempre ostentata in vista del voto, mai affrontata fino in fondo e risolta una volta per tutte. Il limite della sinistra attuale, ad esempio, è quello di aver perso il ‘lavoro’ per strada e di capirne solo alcune nozioni mandate a memoria secondo una didattica buona per testi sacri: pubblico-privato, impiego pubblico, operaio, lotta di classe e pochi altri più moderni: precario, ad esempio. In un dopoguerra, fosse anche un dopoguerra di vita, la storia non passa di qui, ti immerge nel suo presente, ti chiede di abbandonare le grammatiche e di fare nuove scelte.  E di farle in fretta.

Ed è qui che entra in gioco la variabile tempo:

“Tempo come ‘oggi’, come attualità non compresa, soluzione rinviata e resa impossibile (quanto si diceva prima, nda);

tempo come generazioni ‘perdute’;

tempo come orario di apertura del ‘negozio’ Paese;

tempo come asincronia, due o più velocità di produzione e mancata armonizzazione tra le parti.

Infine, tempo da non perdere più.[6]

Su questo versante, si diceva, ci si dovrà misurare prima di domani. Se fosse stato oggi, se una sola delle squadre in corsa lo avesse fatto, allora sì che il voto sarebbe stato un voto utile.

Auspicherei, invece, a questo punto un’ulteriore evoluzione, una capacità di discernimento oltre le autocertificazioni politiche in voga, e cioè il cogliere e far emergere tutte le energie critiche e progressiste (il filo d’erba verde di prima), da qualsiasi versante provengano. Del resto, è più semplice trovare un’intenzione utile, proficua in un frate nolano del ‘500 che in un Presidente del Consiglio di fine millennio e con i baffi. Sarà eccessivo e forse velleitario, lo so, ma per una volta ci interessino le linee di forza e di fuga, i movimenti, l’universo curvo e non le rendite ideologiche e, con esse, queste elezioni. Ecco, in questa prospettiva, cambiando la polarità, vuoi vedere che a breve la proposta choc non si dovrà più attendere dai pubblicitari dei candidati premier, ma partirà dal ‘basso’? Sì, il termine non è tra i più rispettosi (per me, innanzitutto), ma ci è utile per dire che sarà una soluzione di assoluta intelligenza e concretezza, perderà l’enfasi simbolica che lo choc porta con sé, sarà un grande un grande passo per la mobilità sociale. Che non è poco per un Paese che l’ha conosciuta giusto nella finesta di un decennio, forse, tra 50 e 60 e che continua a cercar padrone da due millenni.


[1] Nelle aziende ‘sane’, nelle famiglie di una volta, con l’educazione di una volta, a chi aspirava alla scena o al potere – gli egocentrici son maestri a inventarsi un espediente, distrarre e chiamare su di sé immediatamente i riflettori – non si dava spazio. Il potere non va dato a chi ha fame di potere, la ribalta non va data a chi ha fame di ribalta.

[2] Concetti presenti in uno scritto ‘modulare’ che sto elaborando dal titolo Alice nel Paese del ‘non si può fare, che ha per tema vizi e prospettive relative al lavoro e all’occupazione. Due estratti (Lavoro, i quarant’anni ci minacciano e Un’evidente presbiopia) sono già pubblicato su questo blog.

[3] In effetti, da una ricerca storica da me realizzata in alcuni archivi storici del Lazio, emerge sorprendente il dato che tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio del successivo decennio, cioè in pieno dopoguerra, si fosse creato una sorta di canale diretto, praticamente senza mediazioni, tra provincia e le più alte cariche dello Stato. Fenomeno curioso, ma logico. Da approfondire, ma che rientra sempre in quello ‘spirito di dopoguerra’ che si diceva.

[4] Nulla di ufficiale, boutade di produzione propria in un post dell’11 febbraio su un social network di larga diffusione…

[5] Cfr. Nota 2.

[6] Cfr. Nota 2.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s