IM, the blog! / Cosa è successo in tutti questi anni? La sindrome di Petersen

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[Testo iniziato il 29 marzo, concepito da secoli almeno, non direttamente ispirato alla cronaca attuale. Sull’avallo di una cesura generazionale, ma non solo]

Già, cosa è successo in tutti questi anni? Non siamo ‘andati a letto presto’, no [1]. Siamo autocritici, ma non fino alla santità, non fino a dichiarare che abbiamo dormito per decenni quando non è vero. E fino a ripeterci che abbiamo molto peccato ed è tutta colpa nostra. Il senso di colpa, in questo caso, lo lasciamo volentieri a chi non è (e non sarà mai) laico nei comportamenti e nei giudizi, a chi ancora fa il chierichetto a padri o partiti, ai quarantenni teen che dopo una vita allo specchio, a rimirarsi il proprio ombelico, contriti assumono la corretta postura degli indignati, dei ‘francescani’ e si mettono – ahinoi – perfino il parrucchino della politica per recuperare – narcisisticamente, s’intende, agli occhi del mondo – una vita adulta mai usata.

No, è andata diversamente, è successo che mentre l’incendio distruggeva ogni cosa del vecchio mondo, qualcuno ha pensato di arrogarsi la prima fila e di avere più diritto degli altri di rifondarne un altro. Ecco quello che è successo. Ha fatto da diga, ha fatto da ‘tappo’. E’ mancata l’onda, è come se il mare si fosse fermato. E ora, vent’anni dopo, il conto viene presentato sotto forma di “ci dispiace, ma la generazione è perduta”. E, purtroppo, invece di smarcarsi e/o contrastare il concetto, sale prepotente e drammatica la sindrome di Petersen, cioè quell’ammissione pubblica (e privata, anche, purtroppo) attraverso gesti, comportamenti, parole che non si è più sufficienti neanche a se stessi, che tutto è perduto, che non hai più chance, né pretese da avanzare, tantomeno qualità da dimostrare [2]. E con un avvocato della controparte, appunto, che alla fine ti dice anche: “Mi dispiace, ma non possiamo (non ci interessa, nda) sapere se lei era una grande persona e se aveva delle doti notevoli”.

E’ successo che più che la crisi, poté la depressione. Instillata come un virus da uno Stato divenuto ormai nemico e lontano – siamo già all’estero, in fondo. Nascosti dietro la legge si può annientare un avversario, si può imporre un problema, si può raccontare una storia falsa guardando da un’altra parte, senza sentirsi mai colpevole.

Ecco, evitando di seguire i fili di una riflessione che diverrebbe lunghissima:

avete lavorato bene, sollecitate quell’istinto di dopoguerra che spinge dentro per rivivere e, attenzione, tenete lontana, per carità, la sindrome di Petersen.

Perché ci sono solo due partiti in tempo di crisi: uno fertile, utile, laico e uno narcisista. Quelli del secondo, non capiranno mai che non è rivolto a loro questo discorso, anzi, si sentiranno perfino partecipi (!) Gli altri, quelli del primo, sapranno benissimo tutto.


[1] Celebre battuta di De Niro in C’era una volta in America.

[2] Qui la testimonianza di Mr. Petersen (Montgomery Clift); notare la drammaticità delle modulazioni baritonali dell’attore.

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