IM, the blog! / Ok, l’avevi detto. Ma ora, che si fa?

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[A seguito delle polemiche per, dell’elezione di e prima dell’incarico a. Addì, 22 aprile 2013]

Ci sono due ‘partiti’ ora:

  1. Quello dell'”avevo detto io!” che ricava soddisfazione (anche amara, per carità: il narcisismo ha mille forme) da questa  profezia, scommessa vinta, intuizione o come la si vuol interpretare;
  2. E quello che l’aveva detto per davvero, anche lui, ma che non capisce perché godere dell’azzeccato risultato, che non ci prende gusto a darsi un’importanza da stratega politico (visto che in effetti non ce l’ha, non gli è data, l’importanza), che due conti se li fa in virtù della nuova (nuova) situazione – perché è lo spazio di azione che conta. Sempre.

E’ vero, la casta esiste. E ha leggi sue, autonome, che non ci riguardano. Ma non da oggi. Il ‘problema’ è che siamo cambiati noi: più preparati, più consapevoli, meno spaventati forse. La forbice culturale – il cultural divide come è in voga dire oggi – tra l’uomo politico e il suo elettore si è ampiamente ridotta.

Dunque, il potere si legittima e si perpetua non attraverso autorevolezza, sapienza e altre nobili armi, piuttosto attraverso nemici (più credibili se fittizi), omissis e leggi elettorali.

E anche – attenzione – attraverso un’abile manipolazione del tempo: rapsodico e ‘in levare’ quando si tratta di gestire e imporre, dilatatissimo fino alla perdita del battito, del ticchettìo delle lancette, quando il/un cittadino aspetta la sua giusta risposta.

Ecco, in questo caso, gli esempi costituirebbero un elenco a dir poco…

  1. Quando nel novembre 2011 l’Europa, o chi per lei, bussò per lamentarsi dell’allegra condotta economica italiana, ci volle un quarto d’ora o poco più per chiamare a Roma il nuovo, ‘improvviso’ Senatore a vita Mario Monti e per indicarlo come Capo del Governo. E in quel quarto d’ora si trovò anche il tempo di pensionare (o almeno si pensava) il vecchio titolare e si convinse l’opposizione – dopo lotta strenua, violenta e senza esclusione di colpi, vero Bersani? – ad avallare tutto senza fiatare. Incredibili i riflessi di un uomo anche a 86 anni, si pensò.

2. Nel 2006, invece, fece impressione che a contendersi il governo fossero gli stessi di 10 anni prima (1996), Prodi e Berlusconi. Oggi, 2013, che si ipotechino ‘al passato’ altri 7 anni con la rielezione di Napolitano (non è credibile, neanche per il Presidente stesso, ovviamente, una durata di sette anni, dico, ma nei fatti è successo questo). E qui ci fermiamo, visto che 60 giorni dopo le elezioni potremmo avere un presidente del consiglio di 21 anni fa (se, come si sospetta, dal Colle sarà chiamato Amato).

Ma, appunto, la questione del tempo è da tempo che la solleviamo. Da prima delle elezioni (da questo blog) e ben prima di Renzi (sui giornali). Ma qui si parla non del tempo ‘delle parole’ di chi se lo può permettere (le caste – anche quelle culturali evidentemente – hanno abbastanza soldi per comprarselo), ma del tempo ‘del lavoro’, ancora una volta considerato alla stregua di un orpello, svuotato di un qualsiasi significato civile e politico e di qualsiasi forza di propulsione.

Sì, perché sessanta giorni di attesa per una decisione, sarebbero sufficienti a far saltare un accordo commerciale, un contratto, un’azienda intera. Sette o dieci anni, oggi specialmente, sono un matrimonio per sempre e più che decisivi per una carriera (e per la vita stessa di una persona). Per consolidarla e osservarla crescere o vedersela marcire davanti. Anzi, indietro.

Non è vero che per fare le cose ci vuole tempo. Ci vuole tempo per formare se stessi, per strutturarsi, per aspettare che (le cose, appunto) maturino, forse. 

Una provocazione ‘anticipata’, a proposito: tutti siamo concordi nell’individuare nello spreco che un Paese come il nostro fa delle sue qualità artistiche e culturali, un segno evidente dell’incapacità o del dolo politico. Un autentico laboratorio della storia dell’arte abbandonato come una casuale zattera in un mare che non si sa. Dell’incapacità (o dolo politico) sappiamo e abbiamo detto e suonato in ‘chiave di tempo’.

Ma la nostra idea di cultura, per lo più difensiva, ‘a salvaguardia’, a progressivo aumento ponderale, lontanissima dall’ironia e molto vicina ai monasteri medioevali, ai borboni e al melodramma, pensiamo davvero che ci salverà solo perché si chiama ‘cultura’?

It don’t mean a thing (non significa nulla) se non si cambia idea di cultura e di lavoro, secondo almeno la semplicissima, immediata formula lavoro * cultura (e fin qui il consenso è garantito) * tempo.

Questo, tanto per avvantaggiarci per quello che sarà, dato per buono che a nessuno piace quanto sta avvenendo e tutti avevano previsto tutto, appunto. Ma ora, si diceva?

Ricordiamoci sempre che siamo arrivati in anticipo a una costituzione come quella della Repubblica Romana (1849) e che poi abbiamo perso un secolo esatto per riproporne una di altrettanto valore e vederla compiuta in uno Stato (1948).

Ricordiamoci che la prossima frontiera è un’idea agile di società e di Stato che consenta di fare, di realizzarsi, di viverci. Dove non bisognerà esser choosy, certo, ma occorrerà veder rispettata una parola un po’ in disuso: dignità.

Già dovevamo esser lì, veramente, pronti a varcarla la frontiera. Ma ci sono stati questi venti anni sciagurati dove abbiamo voluto credere e abbiamo voluto delegare tutto a una materia inerte e già a colpo d’occhio sterile, insipiente.

E venti anni sono davvero una vita.

Mai più.

One comment

  1. Bella osservazione…Non so se questo un giorno sarà un rimpianto o un rimorso, certo è che i vent’anni non tornano più e neanche il tempo sprecato sottoponendoci ad esperimenti di massa, mediatici che hanno seminato e poi plasmato un ozio passivo e umiliante, un oblio che come i compagni di Ulisse sull’isola dei Lotofagi, ci ha spento la memoria, trasformandoci in un lento morphing intergenerazionale, da popolo a cittadini, da acculturati a ignoranti, da civili a incivili, da comunisti a social/liberal/democratici e l’Italia da democrazia (anche se imperfetta) ad oligarchia.
    Ora:
    ai sopravvissuti la responsabilità di risvegliare il resto della ciurma
    (e i grandi burattinai sono ancora più forti)
    e servirà mettere in campo grandi intelligenze, grandi capacità, un gruppo, un’avanguardia poetica e guerrigliera in grado di riconquistare la quarta dimensione, magari (siccome siamo tradizionalisti) rubandola all’olimpo per regalarla agli uomini…
    officina prometeo?

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