IM, the blog! / Schadenfreude: chi era costei?

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La crisi degli ultimi anni e il declino del paese hanno intensificato la pratica di uno degli sport nazionali più praticati, popolare quasi quanto il calcio e praticato all’interno di tutte le discipline sportive e non, calcio compreso: il paragone con gli altri paesi in chiave prevalentemente distonica e denigratoria per l’Italia, soprattutto per quanto riguarda i pregi e le virtù dei popoli d’oltralpe.

Vi è tuttavia, un vizio dell’animo umano evidentemente peculiare dei popoli germanici, i quali hanno non a caso coniato il termine di cui sopra, ma a ben vedere diffuso anche da noi, e che potrebbe essere machiavellicamente sfruttato per superare i veti incrociati dei blocchi socio-elettorali.
La schadenfreude italiana ha un aspetto tutto particolare, l’invidia sociale ancor prima che a livello personale ha un carattere eminentemente corporativo: dipendenti contro autonomi, il privilegio del certificato facile contro quello del 730 sbadato. Apro parentesi, se siete fermamente convinti che i problemi dell’Italia risiedano solo nella casta politica e in quelli che ‘rubbano e magnano’ a spese de noi poveri citadini non leggete oltre, non è questa la sede dove spiegare il perché non è così e probabilmente non ci capiremmo ugualmente.

Già in uno dei governi di centrosinistra del decennio passato, di quelli precocemente interrotti, la forza politica più radicale, non potendo per ovvi motivi garantire di fronte ai propri elettori la realizzazione in toto del programma elettorale, auspicava in sede di manovra finanziaria “[almeno] Anche i ricchi piangano!”. A prima interpretazione era sottinteso che, se i ricchi piangono, i poveri piangeranno un po’ meno, relazione peraltro tutta da dimostrare; o in alternativa e più modestamente che, non potendo migliorare nel breve i redditi bassi più di una pizza all’asporto al mese, ci si può consolare assistendo alle (relative) disgrazie dei ricconi evasori.

Il governo dei tecnici aveva una grande occasione, poter effettuare riforme strutturali, urgenti e assolutamente necessarie allo sviluppo economico, ma singolarmente indigeste a questo o quel gruppo sociale. Egli aveva il sostegno dei 2 principali partiti padrini di quei blocchi sociali legati ai loro piccoli privilegi, che con una brutale semplificazione potremmo riassumere: da una parte lavoratori autonomi e piccoli imprenditori che si fanno bastare un anno un blocchetto di ricevute, dall’altra dipendenti pubblici e di grandi enti che un anno si fanno bastare un blocchetto di pratiche da evadere; da una parte professionisti che con lo scudo dell’albo e delle tariffe minime tramandano il mestiere mediante legge salica, dall’altra dipendenti che con lo scudo dell’art 18 (o meglio della sua applicazione giurisdizionale) tramandano la sapienza della pausa caffè mentre un parastagista a contratto fa il lavoro che loro dovrebbero svolgere.
Sarebbe stato sufficiente che i provvedimenti procedessero con adeguata assertività e avendo cura di portare avanti in contemporanea 2 diversi giri di vite, uno a destra e uno a sinistra; in maniera da permettere ai politici di giustificarsi con i gruppi sociali d’elezione: “ecco vedete, intanto non è colpa nostra ma dei tecnici, e poi guardate, stanno menando anche quegli altri, schadenfreude!”

Se il nuovo governo andrà in porto con l’accordo storico tra i 2 principali partiti allora avrà una seconda chance, a patto che questi rinuncino ai veti sulle rispettive protette classi sociali, e che i frutti degli sforzi non vadano a beneficio di quelli che il termine schadenfreude l’hanno inventato.

[Max Giorgi]

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