IM, the blog! / Ci vediamo al solito posto? Sul revival infinito

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Qualche spunto contemporaneo (anche dopo Poesia13) [1].

Un certo non so che, detto mainstream. Cosa fa affezionare a cose, luoghi – siano anche essi della mente, del pensiero o dell’espressione artistica? Probabilmente il ‘mestiere’, quello che si sa e si sa fare (o quello che si è vissuto in gioventù). O anche qualcosa che è (più) semplice da riconoscere, da definire, da decodificare. E che, seppur non si condivide fino in fondo, almeno si comprende. Un po’ come un vizio, un difetto, una debolezza. Ecco, lì, il gioco è presto ricondotto a un insieme di poche varianti. Che, nei casi di maggior ‘disonestà’ (inconsapevolezza), possono prendere anche forma di pantomime, di ‘messe in scena’ di differenze e di conflitto. Come dire: il terreno di gioco è sempre il medesimo (e va bene), le regole – servono le regole (!) – son quelle che si dicono riconosciute da tutti. Un tutti non universale, se vai a vedere. Dai più, da una maggioranza. Appunto. E lì, su quel campo, si disputano partite infinite che se vuoi ricavarne una legge, una sola, la inscrivi nell’ambito della difesa (e della difesa estrema, senza alcuno spazio nemmeno all’ironia e al gusto nei casi più spinti).

Ma un sano, rinnovato istinto di dopoguerra[2] Ecco allora che le categorie (o temi o nodi) dell’io in poesia, della politicità dei versi, delle mappature di genere – cavalcate, superate, stravolte o riattivate già dagli anni Sessanta – riemergono e si accettano (sì, si accettano ancora) in nome di un non risolto problema: se si parla di questo, se questo emerge nei testi, evidentemente il problema c’è ancora. E dunque ‘quel’ 900 non può dirsi finito ecc. ecc. [3] Ma effettivamente questo emerge nei testi di oggi? E anche se fosse – perché non è detto sia sbagliato l’assunto, potrebbe essere plausibile, intendiamoci – stiamo parlando degli stessi tempi, della stessa storia? Che percezione abbiamo di questo ‘nostro’ oggi? Esempio, aprendo: l’idea di una lotta di classe (più assunta per dogma che messa a fuoco secondo una sua reale portata, e mutata, eventualmente) che è lì a fissare un punto fermo, un chiavistello alla porta per contrastare le raffiche di novità siano pur esse informi, è evidente, chiama l’applauso, ma è anche comoda (e difensiva, appunto). Non prendere in considerazione – ad esempio, per parlare di un aspetto, uno solo, ma centrale – che in vent’anni son stati rivoluzionati i modi di produzione, il paradigma intero del lavoro (non manca e non mancano soltanto ‘politiche del lavoro’, è stata svuotata di senso la parola stessa; qui, in area europea-italiana, dal 2002 almeno), con il conseguente ‘liscio’ di ogni considerazione e controffensiva tempestiva – dolosa in alcuni casi, distratta in altri (senza neanche entrare in merito al mutato passaggio, ‘trasferimento’ di conoscenze e informazioni) – significa parlare d’altro. Di ‘giornali’, di senso di colpa intellettuale, di storia. Non di politica, certamente.

E – ribaltando certune prospettive – le energie da cogliere, il ‘dove camminare’ e anche il ‘non siamo più i ventenni di un tempo (figuriamoci a quaranta)’, invece? Questa mi sembrerebbe una sufficiente e compiuta prospettiva politica da indagare.

E infine, che l’avanguardia ci tranquillizzi tutti (!) Il rischio profondissimo, infine, è quello di maneggiare con estrema disinvoltura (a ceneri spente è facile) il principio attivo della scrittura e dell’arte altra. Ridurlo a una sua certa normatività, a un ‘caso di scuola’, a una didascalia. Per dirla con semplicità, mi sembra che brandire la scimitarra politica nell’arte costituisca un bel rischio – così concepita, così come par di cogliere, la ‘mission’ politica. Un salto rassicurante all’indietro, un revival – questo sì – ideologico. Mentre la frontiera dovrebbe spostarsi sul passo (intenzione, direzione, attualità, visione: tutto da decifrare e anche da azzardare, perché no); dove Sanguineti, giusto ad esempio, dirà contro la parola carismatica e la cosa non passerà in secondo piano rispetto all’ennesimo ribadirsi del legame tra ideologia e linguaggio; dove sarà contestabile se parlerà di ‘quatto ragazzi che volevano la Coca-Cola’ ricordando Tienanmen (vado a memoria, ndr), ma sarà anche possibile riconoscergli l’esser già maestro di anarchia ‘dopo’ il comunismo.

E se proprio (se proprio) dobbiamo  ‘ricevere la qualità dai tempi’, la ricerca artistica, che senso ha se, a un tempo, è centometrista (intendiamo le dritte, nette e visibili linee di demarcazione della corsia, purtroppo non lo stare sul tempo) e fondista (dunque lenta e iper-riflessiva nella lettura, nella scrittura e nel portato ideologico)? Il rischio è quello di una sua decrescita infelice davvero, nel mare di una contemporaneità alla quale per nulla tange il fatto di essere spaccata in quattro. E’ ben più di un capello, del resto.

Allora (se proprio), scrivere e leggere prendendo bene la mira. Sì, occorre avvicinarsi. Per forza.


[1] Poesia13, cantiere aperto di ricerca letterararia è stato un appuntamento organizzato a Rieti dal 17 al 19 maggio 2013, dal gruppo romano di autori e critici ESCargot.

[2] “Lo spirito dovrebbe essere quello epocale di una nuova nascita, dovrebbe emergere un ‘istinto di dopoguerra’ che abbatta il grande male degli ultimi vent’anni: la progressiva autonomizzazione della politica e la conseguente e grave presbiopia, l’incapacità assoluta di leggere il presente” [in Questione di tempo/i]

[3] Questioni ampiamente ripercorse e dibattute anche nelle giornate di Rieti [vd. nota 1].

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