IM, the blog! / Nuovo Glossario Aggiornato Lavoro 2013: quaranteen

QUARANTEEN.

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Il vero problema, in un’ipotetica ‘storia del lavoro’, è il buco dei quarantenni. Che mancano. Ma è storia che si sa e, dunque, si ripercorrerà la questione rapidamente e semplificando, per arrivare ad altro.

Nella deriva cominciata circa vent’anni fa – Tangentopoli e l’occasione mancata (dolosamente) di rinnovo generazionale, ma non staremo qui, appunto, a darne ancora, per l’ennesima volta, i dettagli – siamo a un bivio in cui pericolosamente si potrà verificare questo: ci sarà chi si è messo ‘in salvo’ prima (prima della metà degli anni novanta) e che ha potuto fare una carriera sul modello di quella dei genitori (tempo indeterminato, ferie, malattia, eventuale cassa integrazione, TFR, tutte voci percepite come privilegi oggi); e ci sarà, invece, chi fa parte della nuovissima generazione, che parte da così dietro – dopo il buco – che non potrà non essere un problema da affrontare e risolvere. Dunque, maggiore attenzione e maggior dignità (sempre ci sia testa e qualità per riavviare tutto). Ecco, in mezzo, senza scampo, i nati tra gli anni sessanta e settanta che si troveranno ignorati e beffati ancora una volta (attenzione alla sindrome di Petersen, dicevamo qualche tempo fa).

Ma al di là di questo (non si son mai cercate scuse, figuriamoci, né tantomeno guerre generazionali, cosa che invece si vorrebbe probabilmente), quello che pare assurdo è che a provare a riscattare e a ridare centralità al lavoro e all’occupazione giovanile sia un Presidente del Consiglio 47enne – dunque un piuccherealizzato, che smentirebbe l’idea di un’Italia immobile e, soprattutto, che sarebbe il degno rappresentante di quella generazione lì, quella ‘saltata’ [1] – che spreca il suo gol a porta vuota dopo un assist della UE, affermando che ‘da oggi le aziende non potranno più nascondersi, non avranno più alibi per non assumere’ (!)

Ecco, evitando richieste di dimissioni per manifesto tentativo di ‘circonvenzione di capaci’  – non siamo più quelli degli anni cinquanta, cioè meno esperti, preparati della Democrazia Cristiana che ci governava, mentre la Democrazia Cristiana, anzi, proprio col 47enne recupera ed esalta l’antica ‘fermezza’ – colpisce quanto una così facile, superficiale affermazione porta con sé. E cioè, la generazione dei quarantenni non solo è vittima (quando è vittima), ma non sa nulla di lavoro. Dunque, vittima due volte, si direbbe, se non fosse che.

Sì, se non fosse che, cosa può importare saperne a un predestinato premier? Che ne può sapere della rivoluzione del lavoro a cavallo tra anni novanta e successivo giro del millennio, sull’onda delle nuove tecnologie e  di nuove organizzazioni del lavoro all’interno di velocissime società nascenti, di ‘avventurieri’ (negativi) e ‘pionieri’ (positivi) in coabitazione nello stesso territorio della New Economy e così via?

Il concetto, semplice, del resto recita che ‘è meglio comandare che lavorare’.

Concetto rapidamente fatto proprio e diventato tipico di alcuni ‘intellettuali’ coetanei (o afferenti: giornalisti, uffici stampa ecc.), che molto ragionano e parlano di lavoro, molti documenti e incontri e tavole rotonde realizzano (dalla servibilità, dall’utilità, dalla perseguibilità spesso nulla), molto pensano il lavoro come è stato scritto e come hanno studiato (non so fino a che punto capito) da Marx e successori, molto sentono il senso di colpa di non esser stati decisivi quand’era tempo, in gioventù (impegnati com’erano a studiare, appunto, per celebrare il proprio ombelico), molto vogliono riscattare con azioni di stampo studentesco, con una visione studentesca, perfino con un’energia studentesca. Ecco questi sono i quaranteen, i quarantenni che pensano al lavoro come farebbe un adolescente. Lo pensano, ma non lo lavorano. Non lo hanno mai lavorato, il lavoro. Colpevolmente. E infatti non lo sanno.

Meglio: da intellettuali (sì, una sorta di nuova borghesia intellettuale, in fondo, concetto sul quale torneremo nel glossario), la maggior parte del tempo, la dedicano a dimostrare che quella che è un’attività scelta e bella, e bella non solo perché scelta, è roba faticosissima, ingiusta, durissima. Sinceramente? Spesso è vero, in Italia poi; ma occorre recuperare un minimo di dignità, dignità che significa guardarsi attorno, vedere altri fronti e capire che qualche difficoltà in più per aver la possibilità di fare quel che vuoi, fa parte del gioco ed è anche giusto che sia così.

Seriamente, in conclusione: i quaranteen davvero sembrano lo svilimento di quello che è ed è stato un vero, drammatico ‘occultamento’ di Stato, proprio per la loro narcisistica e imberbe incapacità di vedere lavoro e realtà. Cioè, esattamente quelli che dovrebbero essere gli ‘oggetti’ di chi si dichiara di sinistra e di chi è un intellettuale.

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[1] Il cognome e la parentela son centrali, ovvio, ma non ci aiutano più di tanto nel discorso. Elegantemente ne tacciamo.

One comment

  1. già, un argomento sottovalutato che, visto nell’ottica personale/generazionale ha un significato, ma dal punto di vista sociologico (per gli anni a venire), questa tendenza esplosa con la generazione dei quaranteen (ma preparata anni prima con l’avvento della tv commerciale che ha fatto da antitodo/sonnifero alla cultura, che ci avrebbe dovuto salvare) è preoccupante, offre una lettura più chiara di questa decadenza contemporanea dell’occidente e, un’idea dei possibili scenari futuri (non limitati al mondo del lavoro tradizionale).
    i desaparecidos, i cancellati dai processi produttivi (e decisionali) non sono soltanto sacche dove prolificano schiavi d’allevamento pronti a tutto, ma anche il risultato (o lo scarto) della fredda programmazione di un nuovo modello di civiltà, di controllo, di sviluppo (ennesimo tentativo dell’ego dominatore che vuole sostituirsi a dio? moderno nazismo?), contro le regole della storia evolutiva (della natura stessa) dell’uomo, una nuova fase probabilmente destinata a una orribile caduta dopo un periodo di oscurità (per noi), il futuro si sta spostando verso altre aree del mondo…
    vabbè, forse (in questo) sono un tantino pessimista…
    K

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