Cavalli / Gruppo 63, oltre le celebrazioni niente?

‘Cavalli’ si ispira a una battuta del film C’era una volta in America di Sergio Leone e, dunque, al mondo dell’azzardo, della scommessa che sempre più sembra mancare nella società contemporanea: una politica che non si assume responsabilità di alcun tipo e che lascia cadere in terra tutte le energie e le possibilità, una cultura narcisistica, astratta, che gioca con le sue stesse poche varianti. Ecco, l’idea sarà quella di riconoscere e puntare su cavalli nuovi, di provare ipotesi, pronostici altri, nonché rileggere storia e storie, senza alcuna giustificazione scientifica, se questa è un impedimento, in una terra che si spera sempre fertile e dove tutto è ancora realizzabile, oltre il mainstream, oltre i ‘titoli ed esami’ eternamente richiesti.


Letteratura e avanguardia, anni 60 e oggi: scenari, confronti e qualche prospettiva.

La scommessa fu all’origine. E la corsa andò bene, molto bene. Era quella del ’63 e l’azzardo tutto in mano a un gruppo di scrittori, artisti, intellettuali che voleva: riporre in un cassetto una volta per tutte l’Italia delle Liale, far sì che la nostra letteratura facesse almeno una gita a Chiasso [1], cambiare il corso e il senso di linguaggi e arti, ché quei linguaggi e quelle arti altro non erano che espressione di una visione del mondo a quel punto non più accettabile, né tantomeno sufficiente. Certo, il campo di gara era possibile e con possibile s’intenda ‘l’esistenza di quel clima o di quelle coincidenze che, in numero maggiore di due, fanno una prova’.

Uno, era il decennio quello a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta disposto ad aprirsi e a favorire una nuova cultura popolare a livello internazionale. Non ci soffermiano, ma basti a ognuno far la propria, personale mente locale nella musica, nello sport ecc.;

due, anche nello specifico italiano, nel territorio lasciato tragicamente vuoto e disperato dal secondo conflitto mondiale, si cominciava a percepire di nuovo il battito di esperimenti e occasioni. Solo sul versante letterario si pensi alle nascite della casa editrice Feltrinelli e delle riviste Il Verri di Luciano Anceschi e Officina di Leonetti, Pasolini e Roversi. E tutto nel lampo di un paio d’anni, tra il ’54 e il ‘56. Questo, ovviamente, per fare pochi, pochissimi esempi;

tre, infine, mettendo sempre più a fuoco l’obiettivo, la voglia e la capacità di trovarsi, riconoscersi e concretamente ‘produrre’ un sommovimento, prima ancora che un movimento, da parte di autori che ebbero un battesimo collettivo nel ’61 con l’antologia dei Novissimi [2]. Dunque, intenzioni, visione e metodi condivisi che in tempi brevissimi avrebbero dato vita, appunto, al Gruppo 63, alla neoavanguardia italiana degli anni Sessanta.

Ora, il 2013 è stato un fiorire di momenti e occasioni per ricordare a cinquant’anni di distanza una stagione unica e se non unica, ultima per forza, incisività, qualità e coerenza. Riconoscimento sacrosanto (e commosso, perché no?) per coloro ‘che fecero la rivoluzione’, che cambiarono verso, modo di intendere e funzione stessa della letteratura. Ma è proprio qui che il nodo si va a stringere e una domanda diviene ineludibile: ha senso celebrare l’avanguardia? Messa così, è questione che parrebbe classica, accademica, spenta e dunque sarebbe fin troppo facile rispondere no. Eppure un semplice slittamento di prospettiva, un sano e naturale rifiuto per i padri, la rivendicazione di una voce propria in un proprio tempo lascerebbe acceso l’unico vero e profondo motivo di riconoscenza, e cioè la messa a fuoco e a punto di una legge (fisica e non giurisprudenziale) che sovvertì le cose, che trovò la crepa dove far leva, che scorse una terra di nessuno da indagare. Arrivare a questo significherebbe arrivare a tutto, oseremmo addirittura. Significherebbe avere ormai in circolo, dunque, la cellula di una cultura altra, critica e d’avanguardia, appunto, l’orecchio pronto a riconoscerne la voce e lo sguardo giusto per leggerne le azioni. Vero è che, alla fine, non si tratterebbe di un semplice slittamento di prospettiva: o si è o non si è, o dentro o fuori, o circola o non circola. Risulterebbe così tagliata in due la storia ‘verticale’, il mito della discendenza e il mito stesso, infine. E sarebbe il caso, in verità.

Ecco, allora: quale nuova scommessa si può tentare ora?

Intanto ci si muova lungo alcuni sentieri individuabili, precisi, per non volare via: il tempo ad esempio, questo tempo. Accidenti se questa nostra storia, oggi, si dà come provocazione (è un eufemismo), come scenario crudo e tragico! La scommessa è riconoscerne tuttavia l’eccezionalità di guerra atipica, di depressione non solo economica, di frizione tra civiltà, infine. Una guerra silente, senza spari, che scinde il mondo, parte alta e parte bassa, con armi non convenzionali, né chimiche, ma attraverso una particolare tecnica, che è anche un particolare fine, di erosione sociale e di svuotamento di senso del lavoro; cosa che cambia non poco – e veniamo al dunque – la questione rispetto ai Sessanta e al loro portato negli anni successivi (odio di classe? [3] Quali classi però?). E questo accade nell’esatto momento in cui il potere si fa diffuso, virtuale e si annida in tante cellule (e tra le tante, anche noi, individui). Da ciò dovrebbe crescere la coscienza di come non possano più essere sufficienti gli strumenti che ci furono dati in letteratura e nella critica. E quindi come il discorso non si esaurisca soltanto in un’adesione ribadita e marziale nei confronti dell’analisi testuale, nel problema dell’io e del soggetto [4] (‘io c’è’, verrebbe da dire), nell’ossessione della parola esatta che tornerebbe altroché carismatica [5]. Attenzione, il paradosso non è nell’indicare questo come errore, l’errore è una scelta, ma nel fatto di inchiodarsi al metodo come a una croce, perché di questo si tratterebbe; non criteri di un’azione, ormai, quelli enunciati, ma elementi di un metodo infinito e che viene da lontano, un protocollo buono per tutte le stagioni, un sicuro – ahinoi – revival ideologico.

E ancora: già rendersi conto che essere contemporanei e in diretta nel proprio tempo, fa del proprio un tempo complesso e non, quindi, che questo sia più complesso del tempo passato per ragioni di effettiva complessità (prima legge dell’antinostalgia); già riconoscere che la letteratura non è sufficiente, né tantomeno autosufficiente, ‘perché una letteratura che sa solo di letteratura non sa niente di letteratura’ (da Josè Mourinho, un esterno; dispiace, ma si incastonava il giusto); già pensare, pensare oggi, che la letteratura sia o debba essere politica e il linguaggio ideologia non aggiunga nulla (prima legge del ventunesimo secolo); già sapere che autocertificarsi costantemente come sinistra sia mettere in dubbio la verità della stessa autocertificazione, perché le ‘buone azioni si commentano da sé’, ecco, tutto questo è la scommessa minima, una scommessa di maturità non solo individuale, ma storica e politica, una scommessa di superamento definitivo di una stagione fondamentale ma-da-superare, appunto, sottolineiamo nuovamente, una scommessa perché non si dica che la nuova letteratura italiana è fatta da trenteen, quaranteen o addirittura quasi cinquanteen svincolati dallo stesso mondo che, se anche non vivono, almeno abitano.

Gli anni son quelli che sono, la grande scommessa dell’avanguardia più in là, oggi si giocano ancora i piazzati.


[1] Fu Edoardo Sanguineti a definire scrittori come Bassani, Cassola e altri Liale, ovvero autori di facile intrattenimento. Così come fu Alberto Arbasino a sottolineare il provincialismo della letteratura italiana di provincialismo nel suo articolo del ‘63 La gita a Chiasso.

[2] I cinque autori antologizzati furono Nanni Balestrini, Alfredo Giuliani, Elio Pagliarani, Antonio Porta ed Edoardo Sanguineti. Il testo uscì per l’editore milanese Rusconi e Paolazzi.

[3] Sempre Edoardo Sanguineti parlò di “restaurazione dell’odio classe” nel 2007, durante la campagna elettorale per le amministrative di Genova.

[4] A Rieti, nel maggio dello scorso anno, nel corso di una tre giorni sulla letteratura contemporanea dal titolo Poesia 13, da me anche co-organizzata, più volte si tornò su questo concetto.

[5] Contro la parola ‘carismatica’ si pronuncerà lo stesso Sanguineti.

[La rubrica Cavalli è stata ospitata dalla rivista Critica liberale nel 2014.]

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