Cavalli / Perdere senza malinconia

A una settimana dalle europee, a pochi giorni dai mondiali di calcio, cosa significa vincere, cosa significa perdere e da dove ripartire sia in caso di sconfitta, sia in caso di vittoria (sempre si riesca).


Più che cavalli, roulette. O l’‘antico giuoco del lotto’. Sì, perché la storia che si va a raccontare ha un numero ricorrente, un numero ricorrente che riguarda anche quest’anno (2014), un numero che senza ulteriori indugi andremo ad estrarre e che è il quattro (4). Una sorta di numero perfetto ma moderno e aggiornato, che non può essere casuale, chiunque capirebbe che non è casuale. A parte la storica e inaspettata vetta del 40% alle Europee del PD di Renzi (fu vera vittoria?), sessanta e poi quaranta anni fa, nel ‘54 e poi nel ’74, due tra le espressioni più alte ed evolute del football internazionale giunsero a dimostrare che il calcio poteva essere arte e politica, testa e libertà. Si dice di due nazionali, una ormai perduta nella memoria più romantica, l’altra pressoché sconosciuta fino ai Settanta quando cominciò a riscrivere la grammatica del gioco più bello del mondo con un’allegra e curiosissima penna arancione. Ungheria e Olanda, entrambe colpite in volo da un destino furtivo e insolente proprio nell’istante dell’ingresso in paradiso (ma fu vera sconfitta?).

La prima, l’Ungheria, l’Aranycsapat, la ‘Squadra d’oro’ della prima metà degli anni 50; fu la nazionale dei record, dei quattro anni (e torna anche qui il numero magico) di imbattibilità, della ‘stravittoria’ alle Olimpiadi di Helsinki ’52 e delle potenti spazzolate alle leonine, egoriferite criniere inglesi, che suonarono come uno strappo generazionale nei confronti dei ‘padri del calcio’ – ché se voi siete i ‘padri’ noi siamo il Rock’n’Roll che viene dall’Est (e con i tempi storici ci siamo), sembrano urlare con un 6-3 a Wembley e un successivo 7-1 in terra magiara. Altri tempi, certo, ma son risultati che atterriscono sempre nel loro volume. Ecco, senza entrare troppo nello specifico, tutto straordinariamente perfetto, moderno e veloce. Una rivoluzione che passa anche attraverso l’invenzione di strategie e tattiche come quella che vuole il centravanti appostarsi una ventina di metri indietro a dirigere l’intera orchestra dell’attacco. Strategia che viene riproposta addirittura ai giorni nostri: ieri si chiamava ‘centravanti di manovra’, oggi ‘falso nueve’; ieri aveva il cognome danubiano Hidegkuti, oggi quello appio-latino Totti. Ma neanche Hitchcock poteva prevedere che a questo esemplare meccanismo, a quest’orologeria perfetta di gioco, successi e campioni, nella scena finale del primo mondiale europeo dopo la guerra, dovesse saltare la molla che teneva tutto. E proprio a Berna, patria di ogni orologio. Per di più contro una rinascente Germania, sì (come Paese, meno male, certo), ma già schiaffeggiata (come squadra) 8-3(!) durante il girone eliminatorio. Germania, questa, che soprattutto avrà un’importanza nella storia del calcio pari a quella di un decorosissimo tre camere, cucina e servizi zona Monteverde rispetto alla Reggia di Versailles. Il ‘colonnello’ Puskas e Czibor subito, a bruciapelo, poi l’incredibile rovescio: i tedeschi resistenti come l’acciaio della loro Ruhr vincono 3 a 2. Non solo sconfitta sportiva fu, bisogna dire: l’eco che arriva a chi non ne fu testimone diretto, ma appassionato e curioso, è quello di una melodia lenta, dolente, melanconica con quei colori che le sole parole Mitteleuropa e Ottocento sanno suggerire. Infatti, da quel momento, non ci sarà più una Grande Ungheria nel calcio e nel ’56, forse, non ci sarà più l’Ungheria proprio, sebbene alcuni tra i suoi ‘evangelisti’ predicheranno nell’Europa che più a occidente non si può, in Spagna, ancora diversi anni. Tuttavia, in questo spegnersi ‘in minore’ di una così grande realtà sportiva, vi è la vittoria differita dell’esempio, di un esempio che non entra nell’elenco volgare, sordo, didascalico dei cosiddetti vincenti, ma che è riuscito a far di più: ha affrescato per intero un periodo, ha tenuto un discorso articolato, convincente e persuasivo, utile soprattutto – più che a se stesso – al mondo che sarebbe venuto. Senza azzardare paragoni blasfemi, in scala ridotta non somiglia un po’ ad altre storie che iniziano con una scommessa ultima?

Vent’anni dopo: a passo spedito nel beat e nella modernità, nessuna melodia danubiana, nessuna eco ottocentesca, ma un gruppo di capelloni più vicini a Beatles, Rolling Stones e Pink Floyd che a una squadra di calcio. È un ‘movimento’, anche questo olandese, iniziato quattro-cinque anni prima. Non però con la nazionale, ma con le squadre di club, tra iniziali sconfitte (Coppa Campioni ’69) e cavalcate trionfali (Feyenoord e Ajax, quattro titoli continentali consecutivi). E l’atto estremo, la consacrazione massima è attesa e sta per inverarsi in terra di Germania, dove fino alla finale si contano tante di quelle novità e di quei gol (14 in 6 partite, per uno soltanto preso) che nella cultura del Novecento dovremmo riferirci solo alle rivoluzioni futuriste e surrealiste per trovare un paragone calzante. Ad esempio, questa corsa in avanti di tutta la squadra, quest’onda arancione che dalla tv sembrava venirti addosso, era per difendersi, era per il fuorigioco; non più il duello rusticano, il corpo a corpo epico e sudato, ma un’azione collettiva, aerea, libera e liberatoria, senza nemmeno sfiorare l’avversario. Il contatto, al contrario, avveniva in attacco per riprendere la palla direttamente dagli stinchi altrui. E anche qui tutti insieme: così nacque il pressing. E poi l’intercambiabilità dei ruoli, il terzino che si sposta in attacco, sostituito temporaneamente dal regista, senza che alcuna zona del campo rimanga scoperta. Più che di calcio, in verità, sembra di parlare di organizzazione sociale, di ottimizzazione di spazi e tempi e di una mutua assistenza che soltanto una civiltà evoluta poteva raggiungere: una sorta di utopica e rigorosissima anarchia. Anche in questo caso, compimento ultimo non ci fu, sgretolato dopo un acuto straordinario di 18 passaggi consecutivi in 55 secondi e un calcio di rigore immaginato da Cruijff e firmato da Neeskens. Avversari in quella finale di Monaco del ’74, neanche a dirlo, i soliti tedeschi occidentali. Evidentemente destinati a recitar la parte degli antagonisti della libertà, della novità e di ogni progetto ‘panoramico’ (calcistico, si intende…), visto che alla fine voltarono il risultato a loro favore (2-1) e si fecero il regalo della Coppa del Mondo. Ma, in conclusione, la domanda è: ha influito più quell’Olanda nell’evoluzione del football o chi vinse, pur avendo degli autentici fenomeni in squadra (Beckenbauer su tutti)? Si può dire che vinse quell’idea estremamente arancione e fertile, ma senza soddisfazione. Perché la soddisfazione è sempre un’eccezione in taluni casi; potrai sempre trovare delle essenziali, troppo essenziali maglie bianche con colletto nero a dirti ‘questo non si può fare’.

Ecco, per quanto detto, quello che sta per nascere, allora, ci si augura possa essere un mondiale sorprendente, dove la novità riesca a essere protagonista, come negli anni appena ricordati. Non dico che debba infrangere la bellezza eterna del Brasile che gioca in casa – dopo 64 anni, un’altra disfatta, un altro Maracanazo come contro l’Uruguay nel ’50, con suicidi e disperazione, proprio no – ma quantomeno suggerire qualcosa d’altro. Dunque, dando per scontate alcune cose, il Brasile vincente, il ‘non-tifo’ iniziale per l’Italia (sono i Mondiali, non sono le ‘politiche’ che riguardano solo casa nostra, ovvio), io ‘tengo’ il Belgio, terra ricca di Parlamenti Europei e di fantasisti improvvisi e giovanissimi: il ‘napoletano’ Mertens, il genietto Hazard (che già il nome…) e i due metri di portiere dal volto lievemente ironico film anni ’40, Courtois. Se poi sarà vera gloria e saprà convincere come Ungheria ‘54 e Olanda ’74 non si sa, ovvio, ma oggi l’unica rivoluzione possibile si ha l’impressione che possa essere quella di una nazione – oh, lapsus, nazionale – con una storia senza particolari lampi che improvvisamente si lascia ammirare per freschezza, talento e fantasia. E sinceramente ben venga, ben venga un Belgio ’14. Almeno quello in attesa di.

[La rubrica Cavalli è stata ospitata dalla rivista Critica liberale nel 2014.]

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