Cavalli / Cultura, non è mestiere

Ne andiamo fieri, è come la nazionale, chi ci lavora pretende che come lavoro sia trattata, ma da qualsiasi prospettiva tu la possa vedere, la ‘cultura’ sembra essere ormai una corsa lenta e forse ‘truccata’.


Si parte in vantaggio, ma con un buon lavoro si può arrivare a sbagliare molto e bene. Ma la sorpresa non è una sorpresa: è una ‘sorpresa retorica’. Perché un giocatore è assolutamente convinto di questo, sempre. Che l’intuito possa essere ben più preparato in origine di un approfondito studio alla fine, cioè. Mi spiego: se quando hai diciannove anni, studente universitario iscritto a lettere, ti senti dire ‘bella lettere!’ e sinceramente non capisci fino in fondo il senso, perché concepisci il tuo corso di studi come la possibilità di individuare strade, strumenti e ‘punti luce’, come in qualsiasi altra disciplina umana, solo attraverso una lingua a te affine (ché entusiasmo, senso estetico e, financo, un filo di retorica da perdere te li porti già da casa); e se è non è vero che le prime poesie non le hai scritte d’amore, perché l’amore si vive e la poesia si scrive (e quante parole vi sono da scrivere, da deformare, da trovarne di nuove); ecco, se hai questo scatto in partenza che ti consente un pur impercettibile vantaggio, non ti far distrarre, conservalo, lucidalo, non fartelo scivolare dopo pochi metri. Hai ragione tu.

Perché più di te potrà poi in corsa il cavallo in prima corsia, anziano, ma che ‘funziona’ sempre (sì, lo stesso che ti diceva ‘bella lettere!’); quello con l’aria da ‘sacerdote conservatorista’, occhio spento, fiato lungo, che dal popolo ‘borbone’ – che ormai si è affezionato, che lì lo ha trovato a vincere, da sempre, nella presunzione fine a se stessa e non granché corroborata, ormai, da nulla, che questa è la ‘patria della cultura’ – riceve tifo e sostentamento perché continui a vincere. Perché il popolo borbone per definizione si affeziona a chi vince sempre. Lo pone in alto, nel mondo e nei pensieri. E lo esalta e lo fa mito. È facile all’altare, il borbone. Si obietterà: ma è dai tempi del Carducci che non esiste una tipologia siffatta! Invece sì. Ha una sua vita silente con una portata della proposta ‘a chilometri zero’. Ricava dall’ente, istituzione o altro per il quale lavora (mettiamo il caso lavori presso un archivio di stato o l’assessorato tal dei tali, tanto per dire) senso di appartenenza, altezza della missione e spocchia. E crea il conflitto laddove non c’è tra ‘tutela’ e ‘valorizzazione’, ad esempio. Forse per dare un senso, seppur negativo, a quella strana materia morta che si trova, tra le mani, a dover gestire: la cultura.

Quindi, seconda corsia, quasi in risposta, l’’impegno’, per forza. Vero, una virgola può portare fuori strada: ‘l’impegno per forza’, così è definizione corretta. È un cavallo con una strana storia: dopo tanti concorsi e premi giovanili che hanno accresciuto il suo valore, poco prima della mezza età passa a raccogliere: solo esibizioni. Sale sul soglio, si investe, dispensa. Si fa senatore da sé. Ovvio, occorre un alibi o una certificazione: ‘l’impegno si può scoprire anche a quarant’anni’ può andare più che bene. È una medaglia che puoi applicare al risvolto della giacca, ti consente pressoché qualunque ingresso. Certo, la leggera presbiopia giunta con l’età non ti farà granché distinguere ciò che è ‘comune’ da ciò che è ‘bene’ per te; così come un certo irrigidimento delle arterie tenderà a farti antologizzare ecumenicamente quello che per te è ora diventato il mondo (lasciandone fuori gli oceani). Sì, ma al di là di tutto, è munito, è munito.

Poi, in terza corsia ti potrà sopravanzare perfino l’outsider: il cavallo che non ti aspetti, che in questa enorme provincia di favori e improvvisazione che siamo diventati, ne sa molto e con estrema disinvoltura propone scenari internazionali assolutamente affascinanti e senz’altro da seguire (siamo o non siamo almeno aperti culturalmente?). Trattasi di stacco deciso e netto dai primi due che gareggiano ormai da millenni. Unico problema: nitrisce in altra lingua. E così continua senza curarsene. Risultando spesso, anch’egli, narcisisticamente vincolato al suo passo velocissimo e intraducibile, alla sua mission, al suo brand e che qualche abbondante porzione di local se la perde.

Ecco suonato tutto o quasi il repertorio dell’intellettuale, dell’operatore culturale, di chi la cultura insomma dovrebbe farla e che rischia invece di inquinare tali fonti di acqua pura, ci si sposta dalle figure alla realtà per dire che se si parte anche qui in vantaggio, con un buon lavoro si può arrivare a sbagliare molto e bene. Ma volendo (e dovendo, la scommessa questo è) essere propositivi proviamo giusto ad impostare alcune minime strategie, per quanto si può, visto che la critica senza proposta è come una squadra di calcio senza l’attacco, un pugile che schiva soltanto. E non ha senso, non è vita.

Nel proliferare attuale di analisi della crisi, di crisi che si riflette sulla cultura, di una cultura petrolio, volàno e altre metafore d’Italia, giusto un paio di concetti prima di altri mi vengono a fuoco, e non necessariamente perché i maggiori:

siamo nella fase adolescenziale in cui dell’enorme talento che abbiamo non sappiamo che farcene. O lo si è sporcato, lo abbiamo perduto andando avanti. La cultura tuttavia per definizione è progettualità, perché non ha esiti ‘spiegabili’ sotto forma di immediato successo-insuccesso, vendo-compro; dunque, è da concepire, il progetto culturale, come uno Stato da organizzare più che come un settore. Non una voce parallela a sport, salute, infrastrutture, ma un’articolazione di molte realtà, contesti e azioni. Che vive, certo, tempi e modalità di una sua economia anch’essa (e ci mancherebbe, aggiungo), ma da interpretare;

se si vuole vera l’affermazione ‘cultura come lavoro’, subito occorre escludere il ‘vizio’, ovvero ogni forma di discussione, di parola in più; perché se la cultura è lavoro il lavoro si ‘fa’, non si ‘parla’. L’equivoco s’impone nel momento in cui si pensa cultura uguale eloquio fluido, ricco, che riempie, evidentemente (e dunque papiri e papiri di argomentazioni.) Ma la sintesi, anche qui, come in molti altri campi, è la virtù dei forti. Dunque, subito cogliere le possibilità immediate, le esperienze più agili e il saper fare soprattutto.

Ora, tutto questo per dire che per il momento ci fermiamo qui, giusto per invitare a ragionarci su, perché è interessante comprendere come un’affermazione del tipo ‘siamo la patria della cultura’, se non sai da che parte cominciare, come ‘usarla’ e quali siano gli ostacoli che ti impediscono di diventare davvero tale, equivale a chiedere il recupero di soldi pubblici, il taglio di stipendi e spese (sacrosanto) ma poi per che farci? Una squadra di calcio senza l’attacco, un pugile che schiva soltanto, appunto. Di conseguenza, non colgono affatto di sorpresa la parziale, mancata o lenta erogazione di contributi alla cultura (se sia giusto o no erogarli per bando già è un passo in là come tema), che Roma (Roma) abbia vacante il ruolo di assessore alla cultura o che la Casa del Jazz, voluta da Veltroni, PD, nel momento in cui Veltroni va via e il ‘jazz’ interessa meno, rimane la ‘casa’ e il ‘PD’.

Al di là di quest’ultima lieve provocazione (e/o campo di approfondimento, come lo si vuol intendere), la pista è in brutte condizioni. Verissimo, anche per la pioggia della crisi il fango si addensa, ma anche troppi fili che non tengono, che non si riannodano e non consentono di tirarsene fuori, dal fango. Il tempo è quel che è, dispare le condizioni al via, la partenza per oggi è rimandata. Si spera molto, intanto, che possa correre quel giovane laico, materialista intravisto all’inizio. In quel caso scommetterei.

[La rubrica Cavalli è stata ospitata dalla rivista Critica liberale nel 2014.]

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