IM, the blog! / Nuovo Glossario Aggiornato Lavoro 2014: furto del ‘comunismo’

FURTO DEL ‘COMUNISMO’.

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Torna buono nell’imminenza delle prossime elezioni europee un concetto ‘che tutti sappiamo e che tutti ci trova insieme a ragionarci su’ – concetto peraltro estensibile dalla politica fino al lavoro, che è cosa che ci interessa: il ‘furto del comunismo’ (o ‘furto della sinistra’, per dar respiro al discorso). Ora, seppur non necessariamente sovrapponibili (appunto, e non stiamo qui a…), in tempo di ‘dopoguerra’ economico e finanziario non è per forza un male tenerli insieme. A maggior ragione se dalla guerra non si è usciti ancora.

Questo perché è strabiliante notare come qualsiasi tentativo di porre fine alla catastrofe del lavoro passi o attraverso ammortizzatori sociali  – gli 80 euro mensili di Renzi, ad esempio, ma anche redditi di cittadinanza, disoccupazioni ecc. o attraverso il commerciabilissimo lessico giornalistico della ‘disoccupazione giovanile‘ e di ‘famiglie che non ce la fanno’. Nel primo caso lo sa anche il primo venuto sulla Terra che una macchina non di soli ammortizzatori… (macchina peraltro che io, caro premier – qualsiasi, non necessariamente lui- ti chiedo di guidare, meglio: che tu hai detto ‘voglio guidare’). Nel secondo, invece, si manda al macero un’intera generazione (i nati tra il ’65 e il ’75 grosso modo) prima zittita sul nascere sia lavorativamente, sia civilmente (erano i tempi di Tangentopoli) e ora ‘fatta finta di niente’ (sono i tempi della più lunga crisi economica mondiale di sempre).

Ecco, risposte sbagliate, ripetute in continuazione quasi a prendere in giro, o problemi che non si sanno? La questione è lunga, pertanto, pragmaticamente, ci mettiamo qui tranquilli a guardare in faccia il risultato e a dire: se sia colpa o incapacità, poco importa, il danno è lo stesso. Nel primo caso si tratta di una gestione del potere che di sinistra progressista ha davvero poco o nulla, nell’altro si parla di una sinistra che della sinistra ha perduto tutto.

La disoccupazione del proprio territorio che è stata fatta ha tempi paralleli con l’affermarsi di quello che un tempo era il nemico pubblico from Arcore [1]. Proprio nel momento in cui più occorreva (!) Nessuno ricorda un Massimo D’Alema PDS di quegli anni – prima di diventare premier, quindi – sussurrare quasi un fuori onda a un Costanzo Show del tipo: mica siamo il partito dei poveracci? Io lo ricordo e se anche dovessi sbagliare, poco conta, perché in effetti quello è accaduto: un sostanziale distaccamento da un’idea anche laburista della sinistra. Diverrà di lì a poco la sinistra della buona borghesia (spesso di seconda e terza generazione)[2], del riformismo di facciata e della volontà di banche e di finanza.

Sì, perché a una sostanziale disoccupazione dell’area progressista, segue una successiva rioccupazione: in un terreno che smette una coltivazione, ne va fatta seguire un’altra, del resto. Ed è così cominciata – a Marx spento, perché lasciato spegnere nella sua forma più radicale e utile e perché i tempi erano cambiati e non si sapeva più come usarlo (ah, piccola sinistra didascalica!), mentre invece rovesciato come pece contro, come sinonimo di vetusto, coercitivo, violento dalla presidenza del Milan in tempi di elezioni… è così cominciata, dicevamo, la semina delle giustificazioni che suonassero comunque di sinistra da parte di quella stessa borghesia ormai distante dall’urgenza e dalla centralità del lavoro.

E come è possibile, si dirà? Semplice, attraverso una storia personale autoriferita e continuamente ribadita da sembrare offensivo soltanto metterla in discussione. ‘Io son di sinistra, con un passato da comunista’ era espressione,  più o meno, parola più, parola meno, diffusa. Poi, potenza di un partito e di un’area politica, questa nuova generazione in evoluzione (secondo loro) fu in grado di cogliere il vento per ribattezzarsi settanta volte sette, ma di non notare nessun cambiamento sociale, nella produzione e nell’organizzazione del lavoro, con buona pace di un ampio, molto ampio numero di persone che andarono a schiantarsi nella precarietà e nell’inutilità percepita e concreta di se stessi (appunto, come volevasi dimostrare). Unico risultato, una nuova schiera di ‘sinistri’ intellettuali che smemori di Marx, ma anche di un minimo senso della realtà, prima misero radici nella loro arroganza di classe sociale (eh, sì, è così, un borghese di un certo tipo non scende a compromessi, si vizia da sé) e poi, intorno ai quaranta, forse per senso di colpa dopo tanto tempo allo specchio, decisero l’impegno, così, improvvisamente. Un’applicazione, un’app, un’applique. E l’autocertificazione fu ancora più netta e narcisista: ‘Non sono di sinistra, sono comunista proprio!’ Con conseguente ribalta dedicata nuovamente, a sorpresa, a Marx (!); un Marx da grammofono e ingiallito in effetti, mentre la storia allagava altre stanze con altri metodi.

E siamo arrivati, così, senza neanche rendercene conto, ad oggi, a un’edizione cartacea da libreria del filosofo tedesco (nessuna percentuale nell’ematocrito invece), derubati della realtà, quindi della sinistra e del comunismo che: chi sarà stato, chissà; anzi no, è incredibile, gli stessi che si autocertificano di sinistra probabilmente. Le seconde generazioni di quaranteen, forse, a loro insaputa, ma certamente consapevoli le prime che ancora oggi le vedi pontificare sul ‘nessun errore commesso’ con evidente boria. Ma qui ci perderemmo, ancora una volta, nel cosmo.

Mi occorre allora una nota in conclusione: avete visto che al contrario di altri, in questo capitolo si corre un po’ più sul teorico. Ma il fatto è che teorico è diventato il comunismo. Che è un controsenso, certo. E’ un controsenso parlare di sinistra e di comunismo senza ‘realtà’ e senza ‘lavoro’ (e che quasi quasi diffida di persone e di suffragio universale!). Ma son stati trafugati, in una lenta e progressiva inerzia lunga venti anni.


[1] Ultimamente  recuperato in un largo abbraccio in Parlamento.

[2] Per borghesia di seconda generazione si intendano le persone per lo più nate dopo il boom economico, dopo la crescita sociale – spesso conseguente a uno spostamento dalla provincia in città e a un conseguimento di titoli di studio superiori – delle proprie famiglie,  in estrema sintesi. E, infine, perdonate l’uso di termini comunque desueti, come borghesia, che però aiutano a disegnare una mappa (della terra di nessuno e di tutti).

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