IM, the blog! / Nuovo Glossario Aggiornato Lavoro 2015: lavoro percepito

LAVORO PERCEPITO.

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Diagnosi. Eppure di consulti e di visite ne abbiamo fatte in vent’anni, lasciando perdere il medico di famiglia (di una famiglia da sempre a sinistra) che si è elegantemente defilato e non ne ha voluto più sapere. Solo per dire le più recenti: il pediatra Poletti e la cura del ferro e del lavoro, che in estate farebbe bene alle ossa dei più giovani – cura gratuita, ci mancherebbe. Così come il chirurgo Monti, che curiosamente ci sollecitò il moto, l’esercizio fisico, da preferire al vecchio e mortifero vizio sedentario, tutto italiano, del ‘posto fisso’. Infine, quanto descritto in quel bugiardino del Jobs Act, che giustamente – per quello che può – fa una lastra, un’istantanea della parte che duole – ‘Fermo lì, non ti muovere!’; ‘E chi si muove? Son così da quindici anni’ – per ricavarne sintomi e lenirli con qualche palliativo. Peccato che al pagamento, in fattura (fattura, sì, in perfetto agreement spending review), la prestazione sia descritta come ‘politica del lavoro’, quando invece è  una semplice indicazione di farmaci da banco. Che il dubbio se lo specialista abbia o meno una laurea, inutile dire, ti viene.

Lavori usurati. Ecco, del difetto e del non venirne a capo, oggi, si sorprende solo un settore: quello degli indignati ‘seriali’. Del resto non gli si può pretendere la visione d’insieme, il passato e il presente, una qualsivoglia terza dimensione, usurati come sono da anni e anni di dura informazione e ‘tifetto’ indotto quale vaccino. Nemmeno ci si rende più conto che si seguono e si ragiona nei termini di chi nemmeno dovrebbe star lì, a dire a tutti cosa si debba fare. Senza scomodare colpi di Stato, congiure di Palazzo, parlamenti come scialuppe per chi, per sua fortuna, ci scivola dentro, resiste fino allo scoccar di un vitalizio e così ci aggiusta una vita, il problema è che la malattia è lì da tempo lunghissimo e che non sono i ‘luminari’ interpellati e le loro discutibili diagnosi a crearlo oggi (discutibili, ma non sempre assurde nei fatti; il problema è sempre lo stesso, il pulpito, ma soprattutto ‘come fare’). ‘Sì, va bene, ma intanto ci indigniamo’, sa di elemosina facile, di 80 euro restituiti, di delirio narcisitico di ‘borghesi di seconda generazione’ (quelli che non ricordano la radice quadrata del loro provenire, quelli che si scelgono il nemico più in vista come sistema e come scorciatoia).

Il caso. Se volessimo solo andare incontro a quello che si vede, come sarebbe auspicabile, si potrebbero tirar fuori le casistiche, i dati quantitativi riferiti alle ere geologiche che trascorrono tra un lavoro e un pagamento, ad esempio, se hai a che fare con un ente pubblico. Ere geologiche in cui si alternano (colpevoli) silenzi e imbarazzanti giustificazioni (si parla di Stato, non dell’antica merceria di quartiere che chiede balbettando una dilazione di trenta giorni al fornitore di stoffe). Si può morire di credito, nell’immediato, non solo aziende. Si può dimostrare.

E per consentire un’immediata comprensione anche a chi potrebbe non essere toccato da questa sorte, immaginiamo un insegnante di scuola privata, un impiegato delle assicurazioni, un redattore web nelle inadeguate stanze, come era, di un contratto nazionale di metalmeccanico (per evitare vizi retorici, si parla di ciò che si sa): lavoro in aprile 2015; pagamento previsto maggio 2015, come da stipula e da regole scritte e rese pubbliche dal medesimo datore di lavoro; contratto onorato (forse) a settembre 2016. Appunto, si può morire di credito. Ancora oggi, oggi di più, dopo i proclami dei ‘sessanta giorni’ di qualche anno fa.

Ora, questo è un semplice esempio senza dettagli, probabilmente saputo dai più, curiosamente tornato nel silenzio chissà perché. Ma è lo scenario che interessa: non si sa cosa sia questa attività chiamata lavoro, a cosa serva. Potremmo dire di un’appropriazione politica (e potrebbe seguire enumerazione degli attori, ma son lì, riconoscibili, è semplice) a fini ricattatori o di ricompensa – che vanno dalla nascita di modernissime società ‘garantite alla produzione’ per l’intercettazione di fondi europei, ad esempio, che durano il tempo di una schiarita nella stagione delle piogge, alla guerra di sassi e bastoni per la gestione di un orto ricavato da qualche caporale di giornata in uno speduto luogo tra Appennini e mare. Non si sa cosa sia e non lo si sa più da vent’anni. E figuriamoci se lo può sapere chi non ci ha messo mai piede, un quaranteen che lavora al proprio curriculum politico.

Temperature. Sì, perché a questo punto è chiaro che in qualche modo la ruota gira, deve girare, la macchina non è fisicamente ferma, ma vero è che sfrutta appena una velocità inerziale. Certo, ci dicono che si muove, ma di questo falso movimento non ha meriti, nè soluzioni – troppa grazia – se va procedendo e scivolando su una strada che più dell’asfalto (tracce), nella sua composizione ha una discreta percentuale di ghiaccio (90%). ‘Il ghiaccio non si può prevedere, non dipende da noi’, si dirà. Ecco, esattamente le parole che non si sarebbero dovute nemmeno udire: perché se è vero che questa perturbazione europea e mondiale, la più terribile dal ’45, fa scendere la temperature sotto lo zero, la percezione, qui, in Italia, è di almeno 6-7 gradi di meno. E anche il febbricitante (il ‘cittadino tipo’), lì, non è troppo lamentoso se dichiara un 39, mentre il mercurio lo smentisce con un ribasso di circa il 30% a 37.3.

La crisi c’è, il lavoro è in stallo e non si discute. Ma è una faccenda addirittura ontologica – e costa dirlo – prima che pratica. Bello il respiro continentale, liberale, giusto un pizzico laburista, che giustamente scopre un meraviglioso mondo dove terreni di discussione sono i diritti e la partecipazione di tutti all’edificazione di una città più evoluta, più moderna dopo il terribile alluvione. Evidentemente son date per buone alcune regole essenziali che sottendono a un convincimento: in questo momento l’attività di ognuno è gradita, a prescindere; e in virtù di questo obiettivo utile a tutti, a chi la compie e a chi la riceve, rispettata.

Ma qui occorre riscrivere questa regola essenziale che preesiste a ogni corridoio indicato entro il quale ordinarci per fare la fila. Vero, cosa complessa in un luogo mai stato libero. Trattasi di convalescenza: un poco alla volta si reintroducono gli alimenti giusti nella dieta. Pertanto, parlare di lavoro è parlare di soldi, parlare di soldi per tempo, parlare di utilità – individuale e sociale e così via. Come ricavarne – soldi – per ripartire è un primo step, cosa farne è riabilitazione e logica (e lavoro, appunto; e quello che ci manca).

Perché al momento in Tv un’immagine distrae, quella di un pugile legato alle corde per evitarne reazioni e difese. E una politica del lavoro, il lavoro al ‘centro del villaggio’, è ben lontana dal diventare il palinsesto.

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