IM, the blog! / Magazine, intervista a sé stesso

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Perché innanzitutto.

Perché quando si arrivano a compiere venticinque anni di scrittura, un bilancio ti vien pur di farlo e naturale appare il voler trovare un senso, una storia, una logica a quanto è stato compiuto. Non è molto diverso da come funziona l’esistenza, in sostanza; quando cioè, al di là delle dispute quotidiane, dei vuoti più o meno provocati, dei difetti di manifattura, in conclusione porti alla pesa gli articoli scelti. Che daranno, tutti insieme, una risposta unica, un prezzo. Trattasi, a seconda delle dosi, di sguardo ingannevole, inevitabilmente agiografico, ma un conto è saperlo (quindi, la cosa, può divenire un oggetto discutibile), un conto è che il monumento in vita di te stesso lo indossi (lì diviene tutto imprendibile, come chiedersi il perché di un timbro di voce).

Nel merito: lavoro e gioco sulla parola.

A pensarla così, è cosa nella quale non mi specchio. O almeno non mi specchio più o quantomeno non mi interessa. La direi in quest’altro modo, proprio alla luce del venticinquesimo: ognuno fa carriera nella propria poesia. E si ritorna alla gioventù, appena entrati in un laboratorio scientifico – sguardo basso, concentrato sulle questioni, sui reagenti e sulle cellule da individuare, con la soddisfazione di scoprirne di nuove e di comprenderne le relazioni. Ecco, puoi decidere se quello è il versante entro il quale applicarti tutta la vita, settore ricerca ‘purissima’ (scelta peraltro apprezzata dall’organizzazione per la quale presti il tuo ingegno – e lungo questa via di approfondimento verticale ve ne sono di illustrissimi esempi) o comprendere che quel che fai altro non è che un modello e come modello prevede un ‘a seguire’ e test, più che sulla stabilità, sull’utilità architettonica degli edifici che via via vai progettando. Dunque, esser scienziati o architetti è la questione. E nell’architetto, chissà come mai, fin dalla finestra, quale dettaglio del suo palazzo, già si scorge l’urbanista.

Limiti e vantaggi?

Non è tanto un match tra limiti e vantaggi; piuttosto immagini due chirurghi che si scambiano informazioni sulle nuove tecniche operatorie nel corso di una cena tra amici. A parte il cattivo gusto di crear immediata una microcomunità escludente gli altri, non che la cosa non sia importante (nella metafora parliamo di chirurgia, tuttavia), ma si giunge a convincersi che quello sia ‘il campo da gioco e le regole’, ad un tempo. Non molto dissimile da quanto accade in aziende ‘contemporanee’ in termini di spirito di appartenenza, micromitizzazioni del capo o talvolta del collega e infine nell’autoriferirsi nell’ambito dell’organizzazione, dell’utilità, degli orari. Se l’azienda, poi, è azienda di servizio, la cosa è comica e tragica: comica, perché non può essere l’offerta di un servizio a ostacolare un’attività; tragica, perché non può essere l’offerta di un servizio a ostacolare un’attività. Fuor di scherzo, se la tua partecipazione al mondo ha canoni e comportamenti simili a quelli di un’azienda – delimitazione del campo di gioco, regole, micromitizzazioni  e orari da te stabiliti – basta dichiarare che tu sei ‘altra cosa’ o anche invertirne il segno per non essere inscritti in un’idea di un cosiddetto capitalismo culturale?

Già, la questione del capitalismo culturale.

Sì, non vorrei tornare nel dettaglio, sarebbe una lunga avventura e un capitalista della cultura non si riconoscerà mai come tale. Penserà di essere ‘comunista’ addirittura, pensi. In qualche modo ne ho accennato recentemente in un articolo [Dove non osa il presente, 9 novae, numero 7, ndr]. Non vorrei tediare i vostri lettori.

Ecco, il tedio.

Immagino lei si riferisca a. E’ molto semplice: primo compito di un’artista, intellettuale, uomo è quello di non rompere le scatole. Motivo per il quale, ad esempio, non cerco più di tanto e non ho mai insistito presso i critici perché leggessero o recensissero i miei libri. Uno, per non disturbare, appunto; due – recondito motivo – sperare che tornassero a fare i critici e andassero alla scoperta. I materiali son qui, darne notizia è sufficiente, se non interessa pazienza. La fila che si crea presuppone qualcuno che attende e dispensa. Di conseguenza: non assomigliano nei flussi di produzione a certe aziende, a certe religioni, a una certa idea di politica gerarchica, capobastonica, provincial-feudale, talune posture?

Mi sembra valga anche per l’editoria.

Esatto. Medio/grandi case editrici che creano la fila intorno a un’edizione, una fila lunga anche un anno e mezzo, due; piccoli editori per i quali un’edizione è una fiammata, un’accesa di sigaretta, un mese dopo del libro si perde traccia. Dal punto di vista dell’autore, tanto vale far da sé: il testo è espresso e porterà di sé memoria nel tempo. Dal punto di vista dell’editoria, poiché i libri hanno data di scadenza – a patto che non vogliamo tirar fuori la retorica del libro che resta che, si sa, non è di questo mondo – forse un’accelerazione dalla pachidermìa (le piace?), una cassa normale e una cassa veloce come nei supermercati, sarebbe da prendere in considerazione.

Infine.

Funziona un po’ come la musica classica europea e la musica afroamericana. Son approcci diversi, idee assolutamente divaricate tra loro che in comune hanno la risultante che vien definita musica. La seconda – ricavandone un principio attivo per quanto riguarda anche la scrittura – direi che molto si confà a un’idea di contemporaneità – che è la grande assente…  contemporanea, incredibile. Nel merito e nel metodo.

In più, penso che la scrittura sia un poster di grandi dimensioni, un 6×3, di fronte al quale devi metterti a giusta distanza per coglierne il senso. E vale per il tempo e per lo spazio, due criteri non necessariamente di secondo rilievo. I bravi lettori, gli architetti, i contemporanei possono intuire. Lo dicevo a proposito del volume che raccoglie i venticinque anni [the Silver Poems:25th, ndr].

Infine, qualche parola in controtendenza con quanto asserito all’inizio circa la parola, e cioè:

revival ideologico, capitalismo culturale, scrittura reattiva, sinistra autocertificata, poetési.

Così, quale omaggio o tip al servizio reso.

Grazie per la chiarezza.

Si figuri, è il minimo.

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