La TV totale

A volte gli anniversari dicono qualcosa più del loro significato ‘affettivo’; per questo parliamo dei 50 anni di Rai di Renzo Arbore (ora in mostra al Macro di Roma), ma soprattutto dei 30 di Quelli della notte.

Appena pochi giorni prima di Quelli dello swing, su Rai Due, il 28 dicembre – che suona davvero come un augurio di buone feste – ci vien facile deviare dalle riflessioni più propriamente estetiche, letterarie ecc. che son corse su queste pagine nei mesi precedenti. E, dunque, a cascata, ci vien facile anche deviare dai vizi e dalle qualità nascoste, e mai abbastanza riconosciute e favorite, della terra dei poeti, dei santi e dei navigatori. Sì, perché tutto questo, è già compreso. Compreso nell’offerta di Renzo Arbore dai tempi di Bandiera Gialla, Speciale per voi fino a Indietro tutta, dove lo scouting incessante di personaggi, musicisti, attori, così come l’esasperazione dei caratteri della tv, della cultura pop, in una parola, della contemporaneità anni Ottanta, davvero sintetizzava ognuna di queste cose, davvero si poneva, a ben guardare, nello spazio tra critica e proposta, e cioè nello spazio artistico della modernità.

Ora, qui, le celebrazioni, e soprattutto le celebrazioni delle avanguardie, delle rivoluzioni, comprensive di altari e genuflessioni, ci (plurale humilitatis, intendiamoci) son sempre sembrate un controsenso, un pericoloso ossimoro. Allo stesso tempo, però, a questa rigorosa autodisciplina, non è mai corrisposto un confine pregiudiziale tra le cosiddette cultura alta e cultura bassa. Oltre il tipo di espressione, di forma (artistica, politica ecc.), provando, di ogni cosa, a ricavarne le leggi, lo scarto dalla norma ci è sempre sembrato interessante in sé, esattamente come l’incontro con qualcuno che non conosci e che vuoi comprendere, come è giusto che sia. Il gioco dell’arte, in fondo, è molto semplice. Ecco, la lezione Arbore, e penso a Quelli della notte, si innesta perfettamente in un discorso siffatto: un talk show con ospiti e orchestra come altri, un format, cioè, che non sembrava costituirsi attorno a un’idea particolarmente forte, e dunque non facilmente descrivibile nelle sue peculiarità, ma era la composizione del mosaico, il come e il ritmo a definirne l’unicità. Una jam session – termine usato in una recente intervista da Arbore stesso – dove l’improvvisazione era il senso stesso dell’opera. In effetti, a parte il facile paragone jazzistico – con una struttura armonica che ha incastonata in sé, sì, la melodia, ma si apre al contempo alla libera espressione di ogni musicista – non accade così anche in poesia (penso alla metrica classica di Sanguineti negli anni Ottanta, tra ballate e sonetti), non accade così anche nel calcio (e qui penso al calcio totale dell’Olanda ’74)? Nell’uno e nell’altro caso, sempre di poesia si parla, sempre di calcio si parla, ma dobbiamo fare i conti con uno spostamento profondo, radicale di prospettiva.

Lo so, immagino: in questo momento coloro che hanno un poco di puzza sotto il libro, saranno già lì a far classifiche di valore o a discettare sull’incommensurabilità dei campi – tv, letteratura, sport – e a riconoscere una deriva postmodernista in questo paragone. Bene, ci (sempre humilitatis il plurale) prendiamo il rischio, abbastanza ‘vecchi’ da avere una soglia del dolore ormai molto alta, e andiamo avanti ad affermare che una trasmissione come Quelli della notte ha avuto il merito di essere (sì, di essere) la linea di confine – anche per il suo porsi così ‘geograficamente’ in mezzo agli anni Ottanta – e l’allegoria di un’epoca che sembrava interrogarti su : adesso cosa vuoi fare? Giusto, perché le cose si possono fare così – cioè, ricerca, attenzione alla novità, libertà di espressione, insomma quello spirito ‘aperto’ che in Italia forse abbiamo vissuto solo negli anni Sessanta – oppure in quest’altro modo – ed è abbastanza inutile dire quel che già si sa, qui, dove appare come una bella isola lontana sia quella trasmissione, sia, per certi versi, ogni momento fertile e virtuoso.

Per chi non ne fosse stato testimone, andrebbero forse citati alcuni esempi per rendere l’idea – il collaudo continuo della lingua italiana da parte del frate (Frassica), in primo luogo, il grado zero del giudizio nelle pseudoriflessioni ‘che sapevano di silenzio’ del trombettista da salotto (Catalano) o le incursioni surreali, tesissime dell’ospite, del personaggio patacca duro da mandar via (Bracardi) -, ma tirar su un esempio da una costruzione sì complessa sarebbe farle un torto, un po’ come decidere di valutare la Commedia di Dante da un verso letto a caso, aprendo il libro.

Tutto questo per dire – non molto originalmente (forse, in verità), visto che ne parlarono nel corso del tempo, di esperti, in molti – che esaurita la spinta dell’affetto, la nostalgia di gioventù e il divertimento che fu, ripensatelo bene, ripensatelo meglio quel programma: si parla di una forma artistica in un linguaggio inusuale, si parla di un architetto, di un regista, di un compositore non riconoscibile come tale solo perché non usò, convenzionalmente, penna, pennelli o note, si parla di un’opera tout court, infine, se sollecita ancora – magari ormai a pochi, magari a uno soltanto – ancora una riflessione come questa dopo trent’anni.
Sì, possiamo ammettere anche con un po’ di sfrontatezza, che Quelli della notte è stata una delle più convincenti opere d’arte dell’ultimo mezzo secolo. E qui vi dovete fidare, è Natale, non vi ingannerei…

[su 9Novae, numero 12, dicembre 2015]

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