IM, the blog! / Brevi rivoluzioni 2. Lavoro, l’investimento sbagliato

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Lavoro, l’investimento sbagliato. In periodo di bail in, di risparmi liquefatti (sarà quest’inverno eccezionalmente caldo), di investimenti sbagliati, in guardia dall’errore più grave, e cioè quello di investire in lavoro. In verità, la falda avvelenata ci scorre sotto i piedi da tempo, ma è evidente che nella danza gravitazionale delle due crisi (quella italiana e quella internazionale), comincia a produrre i suoi terribili effetti anche in superficie. Almeno due le facce di questa luna:

il naturale appoggio alla rendita, se non alla concessione o al salvataggio (in forma di sussidio di disoccupazione e altre maniglie), che lascia le cose come stanno: tu che chiedi, qualcuno (lo Stato, ad esempio) che generosamente elargisce. E il giochino di potere è così salvo nei secoli dei secoli. Capìta la sequenza, si chiede un posto ma lo si definisce lavoro, per dargli almeno una parvenza di dignità. E così è sia per chi lo dà, sia per chi lo riceve. A fronte di nessuna politica economica seria, un minimo lungimirante, risolutiva. In questo senso, svuotato del suo significato ‘liberatorio’ e utile, fa implodere ogni possibilità di circolo virtuoso, quello che un tempo si chiamava futuro;

scusa, non ho capito: quale sarebbe il suo significato? Appunto quello di ‘liberazione’, innanzitutto, che sulle qualità e il rispetto (leggi ‘soldi, pagamenti’) poteva offrire una sponda all’incremento individuale – sociale, economico, culturale, di soddisfazione ecc. ecc. Questo, oltre quello di riparare i guasti spesso ingiustificabili, appunto, delle rendite. Ma quando la cellula minima che viene presa in considerazione non è più l’individuo – in verità forse lo è stata solo nella finestra anni 60-80 – ma la famiglia, ecco che si svuota ulteriormente di senso, perché comincia ad assumere le sembianze di piccole attività estive, frazioni occasionali in un’ipotetica catena di montaggio, dove soltanto la somma delle stesse (e conseguente condivisione delle spese) assomiglia a una qualche forma di esistenza umana come concepibile qui e ora. 

Ma questo spazio si propone di fornire ‘brevi rivoluzioni’ pratiche, mentre tal discorso si aprirebbe a un panorama di cose, azioni, idee, tempi non quantificabili. Pertanto, solo una piccolissima considerazione che non so nemmeno perché considero attinente:

dopo un incendio, in un campo ormai bruciato, qualsiasi esile germoglio va bene. E va assecondato, anche se decidesse di crescere un po’ storto. Non ha senso mettergli un sostegno rigido in quel momento. Lo grammaticheremo dopo, eventualmente.

Questa sì che potrebbe essere considerata una piccola rivoluzione pratica. Ma bisognerebbe saperne un po’ di ‘vita’ prima che del resto. Come i medici.

 

 

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