IM, the blog! / Lezioni di curiosità: il Western smentito

Per chi in gioventù – nella primissima gioventù, in vero – fu affascinato dal genere e fu poi nuovamente coinvolto in età adulta dalla grande rilettura che ne fece Sergio Leone, il western ha la potenza della letteratura di fondazione di un impero, e cioè quel racconto che vale la legittimazione di un principe o di un popolo agli occhi del mondo e che tace, tuttavia, anni o secoli di abusi, di tradimenti, di non limpide trame. Una storia, insomma, piena di deviazioni, di interruzioni, di lati oscuri, reinserita un poco forzosamente lungo una ideale linea diritta, coerente e virtuosa, come sempre/spesso accade. Un esempio semplice ricavato dalla nostra tradizione: il poeta Virgilio e l’imperatore Augusto.

No, non è un discorso che vuol arrivare alla colonizzazione e alle riserve, ai nativi. Troppo articolato politicalmente e culturalmente, e già ampiamente studiato.

Qui, a partire dall’immaginario cinematografico, dunque seguendone le fughe più popolari e commerciali, ci lasceremo sorprendere da alcuni aspetti laterali, di vita – come si dice – vissuta e quotidiana.

Intanto i documenti. Semplice: si è sufficientemente sprovvisti. E questa – per il senso della rubrica – non è necessariamente una cattiva notizia, no. Così, fatta eccezione per alcune foto e alcuni eventuali ritagli di giornale, possiamo solamente collezionare qualche informazione e fornire un quadro altro e smentibile esso stesso (magari!).

Del resto, siamo tra gli anni Ottanta e Novanta dell’800 e non si parla di storia maggiore, quella cioè dei presidenti americani che fecero l’impresa (di edificare una nazione, si intende).

Uno su tutti, Abraham Lincoln, che l’iconografia ufficiale ci mostra con la barba posta a incorniciare un volto decisamente scolpito, ieratico, talvolta con un sorriso appena accennato e benevolente, ma del quale abbiamo anche ritratti da giovane avvocato, nemmeno quarantenne, rasato e con sguardo affilato. Oppure lo possiamo osservare tra i soldati nordisti dopo la battaglia di Antietam del 1862 in qualche scatto rubato, probabilmente, dove più che altro si nota la statura da uomo dei nostri tempi (1 metro e 93 era altezza notevole per l’epoca; e, per ritornare in tema, è la statura – centimetro più, centimentro meno – degli attori più celebri del western: Wayne, Cooper, Eastwood). Insomma, Lincoln è già un presidente mediaticamente incisivo.

Invece, pur spostandoci di venti-trent’anni più vicini a noi, si perde un poco traccia dei fatti di cronaca – ché di questo si tratta – divenuti poi soggetti buoni per Hollywood e di notevole fertilità per la fantasia. Così, vogliamo prendere ad esempio una sparatoria, un liquore di uso comune e un personaggio, anzi due, per dire che:

1. La sparatoria all’O.K.Corral in effetti altro non è che una sparatoria, appunto. Durata circa trenta secondi, coinvolse nove persone in tutto, tre i morti. È il 1881. Da un lato i fratelli Earp e Doc Holliday – i cosiddetti buoni -, dall’altro i McLaury e i Clanton – evidentemente nel ruolo dei cattivi. Un violento episodio di quartiere – i fatti in cronaca nera – o poco più. Eppure, vuoi per i numerosi film, i chilometri di pellicola sull’argomento – da Sfida infernale di John Ford del ’46 a Wyatt Earp del ’94 (se ne contano una decina) -, vuoi proprio per il protagonista della vicenda, lo sceriffo di Tombstone, Wyatt Earp, appunto, via via interpretato da attori che han quasi sempre indossato gli abiti dell’eroe positivo – da Henry Fonda (ci vorrà giusto il coraggio di Sergio Leone a trasformarlo per una volta in un killer senza scrupolo alcuno, qual è il ‘suo’ Frank in C’era una volta il West) a Burt Lancaster, fino a Kevin Costner -, non c’è sguardo orientato verso il Far West che non incontri questo episodio, dunque elevato sul piedistallo dell’esemplarità.

Ecco, di più: il ‘buon’ Wyatt giunge al ruolo di sceriffo e di giustiziere del malaffare pur avendo interessi mai disconosciuti nella prostituzione e nel gioco d’azzardo. E oramai in vecchiaia – smessi i panni del mito e indossati quelli di elegante, saggio signore borghese (almeno questo si evince da alcune foto) – è generoso di interviste sulla tecnica e i trucchi del buon pistolero. In sintesi, la stella (quella di sceriffo e quindi della giustizia, traslando) costruisce un ruolo importante intorno a una persona in fondo non così indimenticabile, ma che nel contrasto con individui peggiori in tempi durissimi, arriva a brillare più e più volte sul grande schermo;

2. Ora, tra duello e duello, si può immaginare una sosta in uno di quei luoghi tipici del cinema western: il saloon. Vi è un qualcosa di oramai entrato nell’immaginario di ognuno, anche qui, tra carte da gioco, scale che salgono ai piani superiori per una maggiore privacy dei cowboy, e improvvise note calanti di pianoforti verticali. Architettonicamente, poi, colpisce, in pellicola, una disposizione degna di un interior designer, tra bottiglie ben esposte per dar senso e colore alla parete, banconi lunghi come corridoi rifiniti da apprezzabili ebanisti, anche se spesso si tratta di baracche polverose in mezzo al nulla con un tavolaccio per la sommistrazione. E si narra, in fondo, di un mondo di uomini rotti a ogni esperienza che ingollano whisky e birre, quasi a ribadire il loro status di eroi virili; quindi, timidi, accondiscendenti gestori che accettano il loro ruolo sempre di secondo piano. Eppure mica tanto vero: non si immagini un whisky torbato, single malt, prodotto in qualche preziosa cantina scozzese, ovviamente no; ma nemmeno un surrogato commerciale di un bar di provincia ai giorni nostri. Spesso si parla di liquori tagliati con ammoniaca, polvere da sparo e pepe di cayenna, con conseguente beneficio delle tasche del non tanto – a questo punto – amico barista e rischi non poco gravi per la salute del cowboy di turno. Nelle notizie frammentarie che si possono ricavare in rete, si parla di morti a causa dell’esagerazione nel consumo di tali veleni. Una sonora sbronza è una storiella da film, appunto.

05.Saloon_bar staff often cut their liquor with ammonia, gunpowder or even cayenne pepper

3. Billy the Kid (Henry McCarty) è altro nome ricorrente nel panorama degli Stati Uniti di fine 800. Figura mitica anche per la giovane età – compì le sue ‘imprese’ tra i 17 e i 21 anni -, interpreta il ruolo ambivalente, in questo caso, di eroe negativo, di fuorilegge e di eroe popolare. Paragonabile, per certi versi, ai briganti che nel Mezzogiorno d’Italia si muovevano tra rapine, vendette e azioni di riscatto per le popolazioni del Sud. Ruolo negativo il suo, sì, ma in qualche modo ingigantito dalla cattiva reputazione del tempo – gli furono attribuiti molti più omicidi di quelli che in realtà commise, ad esempio. Ma la curiosità è nel fatto di come si riveli, più del mito, la tragedia interiore di un giovane uomo quando incontra una suora italiana, suor Blandina Segale, di Genova, missionaria in America, che conobbe e divenne confidente del giovane Billy.

“Aveva gli occhi azzurro-grigio, carnagione rosea, e l’aria di un ragazzino: non gli si sarebbero dati più di diciassette anni. Aveva un’espressione innocente, se non fosse per la ferrea fermezza di propositi, buoni o cattivi che siano, che gli si legge nella coda dell’occhio…, poteva scegliere la via giusta ed invece scelse la sbagliata”, scrive maternamente nel suo diario.

Quindi, alla sua morte, ucciso nel 1881 per mano dello sceriffo di Lincoln (New Mexico), Pat Garrett, lo ricordò con queste parole:

“Povero Billy the Kid, termina così la carriera di un giovane che cominciò a scendere la china all’età di dodici anni vendicando un insulto che era stato fatto a sua madre”.

In sintesi, al di là del bandito o del regolatore mosso da un istinto di giustizia a favore degli indifesi, emerge dalla parole di una religiosa italiana, così lontana per storia e origine, il ritratto di un ragazzo non molto diverso per sfumature tenere, rabbia, volontà di resistere al destino con qualsiasi mezzo, da quel Jim Starck di Gioventù bruciata, interpretato da James Dean il secolo successivo.

Ecco come uno sguardo appena oltre la cinematografia hollywoodyana, ci restituisce storie e personaggi notevolmente comprensibili – proprio nel loro panorama di difetti e limiti umani – e che potremmo addirittura leggere nelle cronache di oggi. È così che finisce il mito e nasce l’interesse.

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