IM, the blog! / Lezioni di curiosità: la ‘spinta’ degli anni 60

Seppur lontano per intenzione e logica da ogni malizia pregiudiziale e da ogni visione di rendita, questo viaggio – che usa come navicella il web e come propellente una miscela ad altissima percentuale di curiosità – talvolta deve arrendersi a quesiti storici e al difetto umano del pilota. Perdonatelo. Ma cosa si vuol intendere con questo? Si intende che all’occhio pieno di meraviglia e un poco ingenuo dell’altronauta, si sostituisce l’interrogazione che rischia di far precipitare nel mondo che già si sa.

Gli anni 60, ad esempio.

Inutile dire che per qualità e quantità di momenti, personaggi e tendenze sociali e culturali, siano stati anni di notevole produzione energetica e di grande innovazione per il pianeta Terra, e che, se funzionassero ancora come modello (modello, non mito – attenzione – ché di quello ce n’è già abbastanza, nda), sarebbe davvero da rallegrarsi, rispetto agli arrocchi, alle depressioni, alle urla senza nulla dietro contemporanei. Occorrebbe forse il medesimo istinto di dopoguerra [1] del tempo, ma qui non sembra esservene traccia, né l’enzima in grado di riconoscerlo e sintetizzarlo. Ve lo dice, appunto, un pilota che un poco li ha frequentati per formazione e gusto, e che li considera un pianeta ancora in larga parte inesplorato o, purtroppo, esplorato male.

Ora, nel merito, sorvolando il meridiano americano e poi quello europeo, l’occhio è preso evidentemente dai soliti fenomeni pop: il panorama, gli slanci, la nostalgia. D’accordo. Ma anche dalle coreografie sofisticatissime di Mohammad Alì, dall’infinita inventiva melodica dei Beatles e dalla pregevole galleria d’arte di Sergio Leone, con annessi aforismi posti a didascalia di ogni ritratto. In effetti, come fare a meno oramai della rivoluzione ‘grammaticale’ che il pugile di Louisville scrisse sul grande libro della boxe, disegnando cerchi su cerchi intorno all’avversario con le braccia distese lungo i fianchi, quasi a sottolineare che la distanza e il movimento fossero la miglior difesa possibile? E come non tener conto che una boy band di Liverpool, non dotatissima a livello strumentale, né canoro, e nemmeno in grado di leggere un pentagramma, invece attraverso schizzi, bozze registrate nel chiuso di una camera, potesse divenire addirittura genere a sé stante e creare così una nuova galassia musicale? Infine, possiamo non riconoscere quale capolavoro un Henry Fonda, fino al ’68 cittadino americano esemplare, improvvisamente cinico, crudele e laconico protagonista di C’era una volta il west? Possiamo non riconoscere – dico – che il lievissimo, quasi impercettibile, movimento delle labbra che si fa cenno di un sorriso, sia un capolavoro che fuoriesce dai confini del cinema?

Ecco, il pianeta dei Sessanta è generoso di questi ambienti, di queste atmosfere, tuttavia una piccola agevolazione forzosa, in origine, vi fu.

Dopo la sorpresa del titolo dei massimi conquistato da Alì – allora ancora Cassius Clay – contro Sonny Liston nel ’64, la rivincita di un anno dopo – risolta con un pugno, sì, veloce 4 centesimi di secondo, ma lieve lieve per un uomo di circa 100 chili di tonnellaggio, che mise invece in scena una delle morti simulate più mal riuscite – aprì le porte di una carriera e di un mondo affatto diverso nella storia di questo sport. E cioè, Mohammad Alì, senza quell’aiuto che sapeva di combine, non l’avremmo probabilmente mai conosciuto, la rivoluzione dei 60s non sarebbe mai partita.

Stesso dicasi per i Beatles: diciotto spettatori nel dicembre ’61 in una sala da ballo della cittadina di Aldershot nell’Hampshire, rifiuto secco di un contratto da parte della Decca Records nel gennaio ’62 (anche legittimo, in effetti, se si ascoltano le registrazioni di quel provino), un ni iniziale del discografico George Martin della Parlophone, divenuto infine quel – più per simpatia verso i quattro musicisti di Liverpool, che per folgorazione musicale – che avrebbe cambiato la storia della musica. Tuttavia, scelta la cantilenante Love Me Do nell’ottobre ’62 come primo singolo, se non fosse intervenuto lo storico manager del gruppo, Brian Epstein, ad acquistarne diecimila copie per favorirne la scalata nelle classifiche dei dischi più venduti (arriverà al 17esimo posto nel Regno Unito), probabilmente non avremmo mai visto svilupparsi vita sul pianeta Beatles.

Più o meno stesso destino per il primo western di Sergio Leone, Per un pugno di dollari. L’ancor giovane e sconosciuto regista romano incassa dapprima il rifiuto delle star di Hollywood che avrebbe voluto come protagonisti – Charles Bronson (che avrà parole certo non eleganti per il copione), James Coburn (che chiederà troppi soldi per una produzione a bassissimo costo come quella) ed Henry Fonda (cui farà da schermo il manager che rifiuterà l’offerta, senza neanche farla arrivare all’attore) -, quindi ripiegherà su uno sconosciuto Clint Eastwood, allettato più dal viaggio in Europa, offerto a lui e alla sua signora, e dalla certezza che del film, anche fosse stato un fiasco, non ne sarebbe giunta notizia al di là dell’oceano, dove una pur minima e laterale carriera stava iniziando. Ignorato dai critici, il film trovò solamente un proprietario di cinema toscano disposto a offrirgli una chance. Così, fu proiettato in una sala di Firenze vicina alla stazione nell’infelice periodo di agosto. L’anno è il ’64. Un primo week end di evidente insuccesso, quindi, l’acquisto da parte del distributore di decine e decine di biglietti per far sì che la pellicola fosse ancora in sala la settimana successiva e un inaspettato passaparola tra commessi viaggiatori che andavano lì, a perder quelle due ore prima del treno che li avrebbe riportati a casa, e già il lunedì, file al botteghino e incassi triplicati. La macchina si era messa in moto e sappiamo come da quel momento in poi Sergio Leone diverrà nome imprescindibile nella storia della settima arte.

Ecco, quindi, come qualche trucco di marketing, talvolta – ebbene sì – una truffa, diedero il via non solo a carriere memorabili, ma cambiarono fisionomia a un decennio intero e a quelli successivi.

Al di là della cosa in sé – visto che, forzata la serratura, oltre la porta di oro ce n’era in abbondanza nel caso dei tre esempi raccontati – vien da pensare: per far emergere qualcosa di nuovo, sorprendente, qualitativamente unico, è storia dell’uomo ricorrere a una qualche forma di doping? Anche nei ‘favolosi’ Sessanta? A difesa e promozione del talento occorre sempre l’astuzia di Ulisse o un qualche intervento semidivino?

E cosa sarebbe accaduto se le tre storie fossero state storie di trenta, quaranta o cinquant’anni dopo, cioè di oggi? Qui il pilota deve arrendersi ai quesiti storici e al difetto umano – come si diceva in apertura – di chi, sorvolando ancora una volta l’Italia, la usa addirittura come campione. E la riflessione che si impone immediata è che, probabilmente, il clima asfittico del tempo, il popolo dei ricorsi e delle invidie, le navi ancorate nei porti delle burocrazie, avrebbero portato all’annullamento di ogni viaggio verso le possibilità. Ora, non è più il ‘dolo’ in discussione, ma la prospettiva. Che evidentemente negli anni Sessanta era fatto concreto, oggidì – con il gusto di chi fiuta il terribile pericolo di uno spostamento minimo dalla garantita inerzia, sia essa di rendita o di appetito commerciale – non si sa nemmeno più cosa sia. Per questo il pianeta dal quale partimmo appare oggi incredibilmente piatto a qualcuno. Perché forse lo è.


[1] Non entra necessariamente in gioco l’idea di guerra reale, ma quello spirito che a un colpo subito – dato anche per scontato nel gioco dell’esistenza – segua un rilancio.

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