Vaghi saggi di storie mancate / 1.

Come vaghi saggi di storie mancate, la sera prima; che poi a un certo punto sovviene ànche un pensiere: perché mi sta dicendo questo? E così, lasci qualcuno parlare, parlare di opere che son opere solo se restano nel tempo; e piace distrarsi, invece, su come quei palazzi, lì, in coda al tramonto e ancora in via di definizione, abbiano in fondo una loro sobria, opportuna sintonia col mondo e con quel che è l’unica domanda che dovremmo porci sempre: vi erano forse alternative?

Stile su stile, sembra non seguano davvero più chi ripete nel mondo cose e cose che già sono nell’aria da mesi e secoli; e si immagina che arrivino a mostrar fastidio, insofferenza, non pungendo, criticando, ma solo con una lingua più rarefatta – la loro statica -, al limite di una teatrale afasia comica.

Dal designer all’urbanista, che anche un pensiero sia architettura non occorrono certo voci in più a ribadirlo; ma che si possa leggere la questione in termini evolutivi, nel tempo, come se nel corso di un’esistenza si fosse dotati prima di un microscopio per il particolare, poi di un terrazzo ultimo-piano o una collina, non è idea poi così immediata agli ossessòri della linea esatta, della procedura, già, dell’opera che resta nel tempo.

A latere: per chi ha condotto un’esistenza di impercettibili rivoluzioni – accuratamente non manifestate per non alterare l’equilibrio delle relazioni: una difformità. un’unicità a volte è fastidiosa a chi non è pronto; ne ribalta il senso e ti fa la guerra, giustamente, dal suo punto di vista – dubita necessariamente di affermazioni che qualifichino un’opera di valore come un’opera che resta nel tempo.

E invece si continua a immaginare che proprio quei palazzi, che ora salgono in possibilità e possibilità nei fotogrammi di ogni giorno, cominceranno a parlarsi in altezza, esposizione e intonaco, intonandosi nella maniera più naturale e logica, semplicemente.

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