Le impronte degli uccelli, Roma 2009.


Il senso non è non essere banali e nemmeno essere profondi, casomai esistere malgrado il frastuono. Non disperdersi e avere una voce propria, anche sgangherata se serve.

[Paolo Restuccia]

Perché questa poesia non ha nulla di soggettivo e anche poco di interiore. Essa nasce, infatti, […] dalla consapevolezza dell’esplosione dell’io, della sua spezzatura e scomposizione in “cellule”, in “pezzetti”, in segmenti, che possono essere re-incastrati e riequilibrati, ma solo a patto di far interagire l’insieme precario personale con l’alterità di un “tu”, ossia in un insieme precario interpersonale.

[Francesco Muzzioli]

[Fianco] tratta i suoi versi alternando grazia malinconica e sprezzature moderatamente sgarbate, è un dandy espressionista che snocciola tutto ciò che non gli torna con un dribbling che è puro ritmo, appunto il sound sincopato che fa eco nella sua intensa straverbalità, nei suoi accenti strabici, nei suoi salti di ostacolo e aggiramenti continuamente generativi di altri aggiramenti.

[Mario Lunetta]

Se la poesia di Michele Fianco fosse un film, come ci si chiedeva una volta nei salotti buoni della televisione, difficile pensare a un Tom Cruise di oggi che la sappia recitare. Sarebbe però ritmica perfetta a dividersi con una sigaretta il labbro amaro di Humphrey Bogart.

[Carlo D’Amicis]

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