Le impronte degli uccelli, Roma 2008.


Mentre la poesia del nuovo Millennio sembra ipnotizzata a guardare lo specchio di un Valore passato, spirituale e immodificabile, sia nella versione ingenua e diffusa del diario con a capo sui personali tormenti, sia nella versione da presunto Grande Stile, tendente alla preghiera più o meno laica, ma sempre nell’ambito della dominante ideologia dell’emozione; pure qualcuno ancora di questi tempi discorda dalla asfissiante aura della Poesia con la maiuscola. E finché questo non-allineato è un veterano o un reduce delle stagioni avanguardistiche o sperimentali, va bene, è nella norma, in quanto elemento residuale della storia. Cosa diversa, invece, se il progetto divergente proviene da una generazione venuta dopo, non solo dopo i gruppi degli anni Cinquanta e Sessanta, ma anche un poco dopo le riprese di dibattito della Terza Ondata, tra metà anni Ottanta e inizio Novanta. Perché allora si tratta di un caso anomalo e sorprendente, spuntato non si sa come, quasi con una bizzarra “mossa del cavallo” o per un clinamen difficilmente spiegabile.
Uno di questi autori controcorrente e uno dei più interessanti è senza dubbio Michele Fianco.

[Francesco Muzzioli]

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