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Premio Feronia 2016, a proposito di narrativa e contemporaneità

“Fianco è quello che potremmo definire un “ingegnere” del testo letterario, affrontato e lavorato in tutti i suoi livelli di significazione, di elaborazione di un sistema semiotico complesso e stratificato”, scriveva Giorgio Patrizi nella sua generosa motivazione per il Premio Feronia. Un poco imbarazzato dal paragone gaddiano, per me, che resto lo studente di architettura ‘di un anno’, nell’87-88, e che ancora oggi, scrivendo, si immagina urbanista di una città in parte realizzata e in parte da completare, si apriva tuttavia un orizzonte di responsabilità, quella che un riconoscimento importante, pubblico, ti pone sulle spalle di scrittore.

In sostanza, cosa si è scritto, di cosa si scrive? Molti degli aspetti che descrivono si son già incamminati verso le quarte di copertine, le introduzioni dei miei libri (vd. voce Editoria nella barra orizzontale in alto) e in qualche intervista. Uno ne è rimasto escluso, se non si tiene in considerazione un’editoriale di 9Novaedove tuttavia di tutto si parlava men che di me. Ecco,  proprio un pianeta non mio è forse l’habitat giusto dove inscrivere la narrativa almeno, compresa La confezione che è stato il libro oggetto di premiazione. Un mondo non mio che puoi chiamare deficit di contemporaneità, con un’atmosfera in superficie ad alta densità di revival ideologico composto, in percentuali diseguali, di un Marx o didascalico o di carta ingiallita (12%), di un tranquillizzante calco di quel che si pensò un’età dell’oro – gli anni 50 ora facili alla comprensione e dunque inerti – (21%) e di un’assoluta impercezione degli ultimi quindici anni, dal 2000 per far conto paro, in termini di spostamento dell’asse dell’informazione, della produzione e del mondo intero.

Ovviamente, il deficit non risiede solamente nell’analisi – che può accorgersi anche di esser comune – ma nelle risposte: se il mondo va in accelerazione lasciando per strada la metà dei popoli (legge della velocità come pericolo contemporaneo), si risponde con un’accelerazione uguale e contraria; se il menu prevede varianti infinite del medesimo piatto (legge del pensiero unico), si risponde con frequenti cambii di luogo: un ristorante per il consommé, la propria cucina per il dessert.

In sintesi, tutto questo, altri non è che la risposta alla depressione psicologica e poi economica e poi d’Occidente, del sole che muore, di chi permane nella terra dell’indignazione. Con la candida illusione che cultura sia sinonimo di libro.