Archivi tag: politiche culturali

Sorbonne Nouvelle, un giorno a Parigi per parlare di cultura

Quando la cara amica Isabel Violante mi invitò a Parigi per una lezione nel suo corso di Politiche culturali, oltre il piacere, fu anche la sorpresa di questa possibilità che poteva esistere, che aveva una sua realtà. In Francia. Realtà che era quella di incontrare la realtà, pensa; e cioè una sorta di disegno complessivo che non vedeva fratture tra università, lavoro, cultura che chissà quale logica crociana, diaballistica qui tratteneva in stanze separate; e lo dico al netto di sottesi interessi particolari e di controllo di una presunta rendita (ché si sanno); lo dico come limite culturale quando ci si vuol intendere sull’idea di cultura.

A me da tempo suonano sorde molte cose: quella ‘politica’ già detta, ma ancor di più la risposta che si dà, ovvero quella di inseguire e discutere l’onda alta dell’informazione, quella più visibile, quella che ha già un pubblico in sala, tanto per cadere – magari un attimo – nel cono di luce altrui. Ecco, io non vedo una possibilità in questo, non sento una voce ancorata a terra e dunque diversa in prospettiva. Osservo una fila che accetta il campo da gioco e il regolamento che ha stabilito chi strilla più forte nella speranza di sostituirsi a lui un giorno (ma qui si risale addirittura al pre crocianesimo e ci si ferma per dovere).

Cosa vuol dire tutto ciò: che in Italia, luogo intessuto di Roma e di 8mila rivoli interni, si va da una capitale che è testimonial di se stessa e ‘porta gente’ senza alcuno sforzo organizzativo alla dispersione di attenzione sui mille e mille laboratori possibili nei territori. Ma questo, si sa, è approfondimento che tocca a chi lavora.

E a Parigi, in un mattino di novembre, siamo andati a parlar di questo, e cioè di quale orchestra sia possibile organizzare con la cultura per la rinascita o lo sviluppo di un territorio; di come tutto questo non sia un insieme di tecniche di uno specialista, né di parole senza lavoro dietro, ma di una lettura della realtà e di una visione perseguibile. Perseguibile perché è stata realizzata. E vale nei fatti – dignità e valorizzazione della cultura locale, lavoro/formazione per i giovani studiosi residenti, organizzazione di un lavoro agile, a percorso netto, e di una rete virtuosa, anche in termini di attrattività, tra diversi centri – e vale come modello da esportazione, anche dal piccolo al grande.

La chiamano dal basso questa cultura. Io, più semplicemente, totale, come il calcio di un’Olanda che fu principio di logica e di libertà: occorre aver idea del quadro che si intende realizzare, mettere in conto i colori da comperare, chiamare a sé gli attori da coinvolgere e, infine, inventare per fare, risolvere e mostrare.

Il panorama a questo punto si apre.